In Israele la tortura dei bambini è “istituzionale”

Copertina – Fra i metodi di tortura, viene riportato, figurano colpi al viso e l’obbligo per un individuo ammanettato di inginocchiarsi contro un muro per lunghi periodi. (Foto: Abid Katib/Getty Images)

di Ben White, Pubblicato il 9 febbraio 2017 su Al Jazeera

Un recente articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz ha confermato fino a che punto arrivano gli interrogatori dello Shin Bet quando i loro prigionieri vengono sottoposti a torture.

I metodi includono colpi al viso “per ferire organi sensibili come il naso, le orecchie, la fronte e le labbra,” costringere un individuo ammanettato ad inginocchiarsi contro un muro per lunghi periodi, o mettere il sospettato su una sedia, la schiena inclinata all’indietro, braccia e gambe incatenate.

Le storie sugli interrogatori confermano ciò che i palestinesi e le associazioni dei diritti umani israeliane hanno riferito. L’ONG Addameer per i diritti dei prigionieri ha dichiarato che tali pratiche “sono utilizzate d’abitudine e sistematicamente contro i detenuti palestinesi.” Altri metodi di tortura usati contro i palestinesi includono la privazione del sonno e minacce contro membri della famiglia, ha spiegato un portavoce di Addameer a Al Jazeera.

Rachel Stroumsa, la direttrice esecutiva del Comitato pubblico contro la Tortura in Israele (PCATI), ha detto che la sua Ong è a conoscenza di centinaia di denunce e accuse che supportano queste affermazioni. Oltre agli interrogatori eseguiti per ottenere informazioni su atti futuri, “sappiamo per esperienza che la tortura è usata per estorcere confessioni su atti del passato”, ha dichiarato  Rachel Stroumsa ad Al Jazeera.

Nel  rapporto annuale dell’anno scorso, Amnesty International ha detto che le forze israeliane e il personale dello Shin Bet “avevano torturato o maltrattato detenuti palestinesi, compresi i bambini, specialmente al momento del loro arresto e durante gli interrogatori”, ricorrendo a metodi che consistono in “punizioni a colpi di bastone, schiaffi, strangolamenti, detenzione prolungata in manette e catene, posizioni sotto stress, privazione del sonno e minacce.”

Un rappresentante di Defence for Children International – Palestine, Ayed Abu Qtaish, direttore del programma di responsabilizzazione dell’organizzazione, ha detto ad Al Jazeera che la sua ricerca aveva rivelato che quasi due terzi dei bambini palestinesi detenuti dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata avevano subito violenze fisiche dopo l’arresto: “I bambini palestinesi sono regolarmente sottoposti a tecniche di coercizione e interrogatori violenti – tra le altre posizioni da stress, minacce e isolamento – al fine di ottenere confessioni ed è raro che i giudici del tribunale militare israeliano respingano queste confessioni forzate.”

La tortura e i maltrattamenti sono così diffusi, dicono gli attivisti dei diritti umani, che le condanne di palestinesi per “reati di sicurezza” fondamentalmente sono molto poco affidabili e per la ragione non trascurabile che le violenze in gran parte intendono ovviare alla mancanza di una qualsiasi regolare procedura.

Secondo uno studio, almeno il 91% dei detenuti palestinesi interrogati dallo Shin Bet nella Cisgiordania occupata sono trattenuti in assoluta segretezza durante parte o per tutto il loro interrogatorio. Stroumsa sostiene che questa pratica è “un elemento che favorisce la tortura.”

Nel sistema dei tribunali militari, che hanno raggiunto un tasso di condanne del 99%, i palestinesi possono essere trattenuti per 60 giorni senza accesso a un avvocato – in confronto, negli Stati Uniti, la durata media degli interrogatori che portano a false confessioni è di 16 ore.

“Dal momento che i bambini palestinesi continuano a subire sistematici maltrattamenti, senza il diritto a un regolare processo, diventa chiaro che i tribunali militari non hanno alcun interesse nella giustizia”, ha aggiunto Ayed Abu Qtaish.

Oltre alla tortura e alla mancanza di accesso a un avvocato, si richiede ai palestinesi di firmare confessioni scritte in ebraico, una lingua che spesso non capiscono. Tutto questo “crea un ambiente coercitivo che si traduce in confessioni ottenute con la forza”, fa notare Addameer.

Un esempio recente è il caso di Mohammad al-Halabi, un dipendente di World Vision stabilitosi a Gaza, che è stato accusato da Israele di aver fatto pervenire denaro ad Hamas. Halabi, che deve essere giudicato da un tribunale civile a Beer Sheva, ha protestato la sua innocenza dicendo di essere stato torturato durante gli interrogatori. Queste denunce sono state avanzate anche dai suoi avvocati che non hanno avuto l’autorizzazione per vederlo nelle tre settimane seguite al suo arresto.

Il nuovo rapporto di Haaretz punta l’attenzione su un soggetto che non è spesso in prima pagina. Nel novembre 2015, un video dell’interrogatorio di Ahmad Manasra, di 13 anni, scatenò una grande indignazione quando fu presentato, e anche ampiamente commentato, durante la comparizione d’Israele a maggio davanti al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura – dove si parlò di “prove ottenute con la forza” utilizzate nei tribunali.

Ma molti altri avvenimenti sfuggono all’attenzione. Uno studio universitario pubblicato nel novembre 2015 su una rivista medica specializzata riporta decine di casi di torture sessuali e maltrattamenti dei prigionieri palestinesi detenuti da Israele.

Attivisti sul posto dicono che è urgente attirare l’attenzione internazionale sulla pratica della tortura di Israele, in gran parte a causa della natura istituzionalizzata del problema.

Anche se una decisione della Corte Suprema israeliana nel 1999 ha vietato i “metodi fisici” di interrogatorio, gli agenti dello Shin Bet hanno tuttavia beneficiato di impunità nel loro uso della tortura e dei maltrattamenti, grazie a quella che si chiama esenzione per “difesa di necessità” o “bomba a orologeria”. Secondo gli attivisti contro la tortura, questa esenzione è stata utilizzata per dare luce verde alla tortura. Dal 2001, centinaia di denunce formali sono state depositate contro gli interrogatori dello Shin Bet, ma non una sola indagine penale è stata aperta.

Credo che la pressione internazionale sia essenziale e, su certe questioni, si è anche dimostrata efficace”, ha detto Stroumsa. “E’ anche dovere della comunità internazionale esprimersi su tale violenza, dato il massiccio sostegno, sia economico che politico, che riceve lo Stato di Israele dall’estero.”

traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

fonte: http://www.pourlapalestine.be/en-israel-la-torture-des-enfants-palestiniens-est-institutionnelle/

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