Israele: banche francesi sosterrebbero la colonizzazione

Copertina: PGGM Headquarters / Mateo Arquitectura

Un rapporto mette in luce i legami finanziari tra BNP, Axa, Société Générale, Credit Agricole e BPCE e gruppi israeliani attivi in Cisgiordania.


29 marzo 2017
di Véronique Chocron e Piotr Smolar (corrispondente da Gerusalemmme)

Banche francesi, complici indirette della colonizzazione israeliana. Questa, tra le righe, è l’accusa che attraversa un rapporto pubblicato mercoledì 29 marzo da un gruppo di ONG e di sindacati, tra i quali troviamo la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), la CGT, l’Associazione Francia Palestina Solidarietà o ancora CCFD-Terra Solidale.
Questa relazione mette in evidenza il ruolo di banche israeliane nel finanziamento degli insediamenti, dalla costruzione delle abitazioni allo sviluppo delle infrastrutture. Ora, queste banche, hanno relazioni e partnership con le loro omologhe francesi che gli autori del rapporto mettono davanti alle proprie responsabilità riguardo il diritto internazionale. La colonizzazione è in effetti costantemente condannata, come dimostrato il 23 dicembre 2016 dall’adozione della risoluzione 2334 al Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Il rapporto si basa su analisi condotte, sulla base di dati pubblici, tra marzo e giugno 2016 dalla società di consulenza olandese Profundo. I grandi gruppi finanziari francesi (BNP Paribas, Credit Agricole, Société générale, BPCE, Axa) hanno partecipazioni di minoranza, dirette o indirette, nel capitale di banche e imprese israeliane attive in Cisgiordania.

“Un dovere di maggiore vigilanza”

Si tratta, per esempio, di Bank Hapoalim, Bank Leumi e First International Bank of Israel, che hanno, a volte, agenzie nelle stesse colonie o di operatori nelle telecomunicazioni: Bezeq, Partner e Cellcom, che forniscono i loro servizi a circa 400.000 coloni che vivono nella West Bank.
Le banche francesi sono fermamente invitate a “un dovere di maggiore vigilanza” e a ritirarsi in conformità con i principi guida – non vincolanti – delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo economici. Nel perseguire le loro attività, “contribuiscono a perpetuare una situazione che colpisce il diritto all’autodeterminazione e ai diritti fondamentali della popolazione civile palestinese, segnatamente con lo sfruttamento delle risorse naturali, la distruzione di proprietà private e dell’aiuto umanitario, lo spostamento forzato di civili e le restrizioni di movimento e di accesso ai bisogni e servizi essenziali”.
Su questo argomento, estremamente delicato, diversi istituti finanziari hanno reagito con circospezione all’interpellanza delle ONG. “Il caso che sollevate è stato attentamente studiato dai membri dei gruppi coinvolti nelle decisioni relative alla politica di investimento responsabile. Essi hanno concluso che le società citate non rientrano nel quadro delle esclusioni della nostra politica di investimento responsabile”, ha risposto Axa all’Associazione Francia Palestina.

Lo Stato accusato di “silenzio”

Una missiva di Credit Agricole ribadisce che la sua succursale di gestione del patrimonio Amundi, che “ha impostato le regole di esclusione e di rigorosa selezione degli emittenti”, “ha ritenuto che il settore bancario israeliano non è intervenuto nella colonizzazione dei territori palestinesi”. A Le Monde, il gruppo Amundi ha precisato di aver “deciso di escludere le aziende direttamente coinvolte nella costruzione o mantenimento degli insediamenti”, ma aggiunge che non è sembrato “opportuno escludere aziende con un collegamento meno diretto con la costruzione degli insediamenti (…). Questo è vero per le istituzioni finanziarie.”
Il reparto di responsabilità sociale delle imprese della Société générale ha precisato che la banca “non ha partecipazioni per proprio conto in entità del settore bancario israeliano”, prima di aggiungere che “il gruppo offre inoltre fondi (titoli tenuti dalla clientela), alcuni dei quali possono includere, per basse esposizioni, titoli israeliani”. Lo Stato, accusato di “silenzio”, è allo stesso modo interpellato.

“Obbligazioni”

“In considerazione degli obblighi di diritto internazionale per la protezione, il rispetto e l’attuazione dei diritti umani, la Francia è tenuta a esigere il rispetto dei diritti umani da parte delle imprese e delle banche che hanno sede in Francia”, sottolinea il rapporto. Lo Stato è anche azionista al 20% di Alstom, che dovrebbe sostenere l’estensione della via tramviaria dei quartieri di Gerusalemme Est.
Il rapporto rileva inoltre che le prime quattro banche francesi – BNP Paribas, Société générale, LCL (controllata di Crédit Agricole) e Natixis (controllata di BPCE) – riunite in un consorzio, hanno accordato “prestiti per un importo totale di 288 milioni di euro nel periodo 2004-2020 alla società pubblica israeliana Israel Electric Corporation (IEC) per un progetto di estensione di due centrali elettriche a gas, anche se IEC fornisce elettricità a tutti insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.” Il rapporto chiede che il prestito non sia rinnovato alla scadenza.
La questione della responsabilità di imprese e banche occidentali nello sviluppo delle colonie si pone da anni. Nel 2016 l’operatore di telecomunicazioni francese Orange ha messo fine alla sua collaborazione con la società israeliana Partner, alla quale aveva ceduto l’uso del suo marchio, dopo una vivace polemica. Il governo israeliano aveva considerato come un appello al boicottaggio le parole del CEO, Stephane Richard, nel giugno del 2015, che voleva rompere al più presto questa partnership.

Istituzioni finanziarie già disimpegnate

Diverse istituzioni finanziarie straniere hanno già fermato i loro investimenti in banche e società israeliane coinvolte nella colonizzazione. Secondo il rapporto pubblicato da un gruppo di ONG e di sindacati, il fondo pensione olandese PGGM ha, nel dicembre del 2013, escluso cinque banche israeliane (Hapoalim, Leumi, First International Bank of Israel, Israel Discount Bank e Mizrahi Tefahot Bank) dalla sua lista di investimenti. Nel 2014, anche il fondo pensioni lussemburghese FDC ha disinvestito dalle cinque banche. La Danske Bank danese e la tedesca Deutsche Bank Ethical Fund hanno messo Hapoalim Bank “in una lista nera”.

 

Traduzione Simonetta Lambertini
fonte: http://www.lemonde.fr/economie/article/2017/03/29/israel-des-banques-francaises-soutiendraient-la-colonisation_5102561_3234.html#kAHfqMH0TgyZGffU.99

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