ESCLUSIVO/Documenti rivelano come Israele negli anni ’70 fece della agenzia locale di Amnesty una copertura per il Ministero degli Esteri.

FOTO Copertina – Il ministro della polizia Shlomo Hillel con David Elazar, Shimon Peres, Michael Hazani e Rehavam Ze’evi nel 1972. Fritz Cohen / GPO

Il governo israeliano ha finanziato la creazione e l’attività dell’agenzia locale di Amnesty International in Israele nel 1960 e ’70. I documenti ufficiali rivelano che il presidente dell’organizzazione era in costante contatto con il Ministero degli Esteri e ne riceveva istruzioni.

All’inizio di aprile 1970 il ministro della polizia Shlomo Hillel salì sulla tribuna della Knesset. Aggiornò i legislatori sui contatti tra il governo di Israele e Amnesty International in materia di detenuti incarcerati in Israele e torture. E concluse: “Non possiamo fidarci a lungo della buona volontà e obiettività dell’organizzazione Amnesty.”

Quello che il ministro riferì alla Knesset era che, per un certo numero di anni, Israele aveva cercato di influenzare l’attività di Amnesty dall’interno. I documenti raccolti dall’Istituto Akevot per l’Israeli-Palestinian Conflict Research e rivelati qui per la prima volta, dimostrano che alcune delle persone a capo di Amnesty Israele, dalla fine degli anni ’60 a metà degli anni ’70, avevano riferito sulla loro attività direttamente e in tempo reale al Ministero degli Esteri, si erano consultate con i suoi funzionari e richiesto istruzioni su come procedere. Inoltre, l’ufficio di Amnesty fu all’epoca sovvenzionato con un finanziamento stabile che veniva trasferito attraverso il Ministero degli Affari Esteri: centinaia di sterline israeliane per voli all’estero, indennità giornaliere, spese di registrazione e pagamenti dovuti al quartier generale dell’organizzazione.

I documenti mostrano che il collegamento principale fu tra il Ministero degli Esteri e il Prof. Yoram Dinstein che ha guidato l’agenzia tra il 1974 e il 1976. Dinstein, esperto di fama internazionale di leggi di guerra, che in seguito è diventato rettore della Tel Aviv University, in precedenza era stato funzionario del ministero degli Esteri e console israeliano a New York. Durante il periodo in cui è stato presidente di Amnesty Israele, anni dopo aver lasciato il ministero, ha riferito regolarmente ai suoi ex colleghi sulle sue attività e sui suoi contatti con l’organizzazione internazionale.

Amnesty International è stata fondata a Londra nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson che, esasperato dagli arresti di studenti portoghesi, iniziò a fare appello alle persone perché presentassero una petizione ai loro governi per far rilasciare coloro che, da allora, sono definiti “prigionieri di coscienza”.

Tre anni più tardi, l’agenzia israeliana di Amnesty cominciò la sua attività. Erano volontari che lavoravano a favore dei prigionieri in tutto il mondo. Questa attività tuttavia, già fin dall’inizio piuttosto limitata, fu danneggiata da un rapporto di Amnesty International pubblicato nel 1969 sulla situazione dei palestinesi imprigionati in Israele. Questa disputa fa da sfondo alla relazione del Ministro Hillel alla Knesset. “L’agenzia di Amnesty in Israele è composta da una sola persona (più precisamente, una donna), la signora Bella Ravdin che vive a Haifa. Manteniamo il contatto, ma al momento non è possibile fidarsi di lei per qualsiasi questione,” scrisse Nathan Bar-Yaacov, direttore del dipartimento del ministero degli Esteri che si occupava di organizzazioni internazionali e organismi delle Nazioni Unite, al capo dell’ufficio del ministero, il direttore generale Hannan Bar-On, nel dicembre 1971.

Un articolo di Haaretz del 1975 sulla Ravdin la descrive come una scrittrice seriale di lettere al direttore di vari giornali e un’attivista su varie questioni, dalla legalizzazione della prostituzione ai benefici per studenti. Secondo l’articolo, aveva investito i soldi ricevuti dai tedeschi come risarcimento per la morte di sua madre in un campo di concentramento nel potenziamento dell’ agenzia di Amnesty. Il rapporto dice che la sua critica dell’atteggiamento dell’organizzazione nei confronti di Israele alla fine la portò a cessare di agire per suo conto.

Secondo i documenti del Ministero degli Esteri, l’attività della Ravdin è stata sovvenzionata dallo Stato, che pagò le sue quote associative a Amnesty International e finanziò il suo viaggio alla conferenza internazionale dell’organizzazione nel 1969. A quel tempo, la Ravdin fu istruita per parlare del problema degli ebrei nei paesi arabi alla conferenza e su come reagire se fosse stata sollevata la questione dei “detenuti arabi nei territori”. Bar-Yaacov scrisse: “E’ auspicabile dal nostro punto di vista che il collegamento tra lei e l’organizzazione prosegua anche in futuro e quindi desideriamo rendere possibile pagarle la quota associativa. Lo scorso anno, inoltre, abbiamo approvato questa somma allo stesso scopo.” Termina la sua lettera con una raccomandazione:

“A questo punto è forse opportuno pensare di costituire un’agenzia di Amnesty in Israele composta da persone di un livello leggermente superiore e con capacità esecutive.”

Bar-Yaacov, non fu l’unico al Ministero degli Esteri a pensarla così. In una lettera del 1971 Mordecai Kidron, consigliere del ministro degli esteri alle Nazioni Unite, scrisse al suo collega Shmuel Dibon, consigliere del ministro responsabile della diplomazia pubblica: “Finora, come sai, non abbiamo trovato gli strumenti adatti per la costruzione di un un’immagine positiva all’estero in materia di diritti umani in Israele e nei territori occupati, e su questa particolare questione non è possibile accontentarsi di strumenti di governo. L’istituzione di un organismo non governativo … che sia collegato attivamente a organizzazioni e personaggi all’estero ci sarebbe molto utile.”

Nel 1971 e nel 1972, Dinstein cercò di creare un istituto sui diritti umani all’Università di Tel Aviv che fosse finanziato dal Ministero degli Esteri. Discusse questa idea con funzionari del ministero, ma fu respinta, in parte a causa delle dimensioni del budget richiesto da Dinstein – circa 100.000 sterline israeliane (circa $ 23.000 di allora che, corretto per l’inflazione, si aggira sui $ 120.000 di oggi). Nel luglio del 1972 l’agenzia israeliana di Amnesty fu riorganizzata e quattro avvocati furono nominati per dirigerla in coordinamento con la sede centrale dell’organizzazione. I documenti del ministero degli Esteri dicono poco su questo periodo e ci sono più rapporti nei vari archivi su quello che successe nell’organizzazione durante il successivo anno e mezzo.

Le cose cambiarono all’inizio del 1974, quando Dinstein stesso fu scelto per dirigere la filiale locale di Amnesty. Uno dei documenti mostra che alla riunione in cui fu scelto per la carica era presente anche il funzionario del ministero degli Esteri con cui Dinstein sarebbe rimasto in contatto durante il periodo del suo incarico: il vice direttore della divisione organizzazioni internazionali, Sinai Rome.

Dinstein mise immediatamente una marcia in più all’attività dell’organizzazione: per la prima volta, Amnesty fu ufficialmente registrata come associazione e adottò il suo atto costitutivo. Il 22 maggio 1974, Dinstein aggiorna Rome sulle proprie attività – per la maggior parte tecniche – da quando aveva assunto la carica. Chiede 2.500 sterline israeliane (poco meno di $ 600 nel 1974, circa 3135 $ oggi) per le spese di routine e allega un documento interno di Amnesty che mostra nei dettagli le sue entrate dalle filiali estere. Meno di un mese dopo, Rome scrive al “Caro Yoram” che la sua richiesta era stata soddisfatta e che 2.000 sterline israeliane (circa $ 476 di allora, $ 2490 oggi) gli erano state versate.

Almeno a giudicare dalla corrispondenza del ministero degli Esteri, Dinstein guardava al suo lavoro in Amnesty con la visione distorta di operare in favore della posizione di Israele. Così, ad esempio, trasmise attraverso il Ministero degli Esteri un articolo scritto in risposta ad uno critico nei confronti di Israele pubblicato dall’avvocato per i diritti umani Felicia Langer, nel giugno del 1974. Inizia annotando di stare scrivendo come “presidente dell’agenzia nazionale israeliana di Amnesty” senza menzionare la sua connessione con il Ministero degli Esteri. Poco dopo Dinstein riferisce a Rome di aver ricevuto una lettera da un’organizzazione di donne arabe negli Stati Uniti che chiedevano tutte le informazioni che aveva su detenuti e prigionieri palestinesi. Aggiungendo la loro lettera, nella quale chiedevano anche informazioni sull’agenzia israeliana di Amnesty, Dinstein scrive di essere orientato a non rispondere, ma di volersi consultare con Rome al riguardo.

Rome rispose: “Ci sembra che non vi sia spazio per rispondere alla lettera e scrivere che “non ci sono prigionieri palestinesi di coscienza nelle carceri, ma piuttosto dei terroristi e altri che sono stati accusati di reati contro la sicurezza.” Chiese che tutta la corrispondenza fosse trasmessa ai consolati israeliani di New York e Los Angeles.

Nel febbraio 1975 Dinstein avvisa Rome di una lettera ricevuta dall’agenzia francese di Amnesty che riguarda le osservazioni del ministro della Polizia Hillel sulla controversia con Amnesty. Dinstein consiglia al Ministero degli Esteri di “inviare in Francia il materiale richiesto di diplomazia pubblica.” Rome risponde: “Come hai suggerito, con la presente inoltro la lettera del signor Sinai [sic] al signor Shlomo Drori, della nostra ambasciata in Francia, alla sua attenzione, insieme a una sintesi delle nostre relazioni con Amnesty International. ”

Nel maggio dello stesso anno, Dinstein chiede a Rome il finanziamento per un viaggio alla conferenza di Amnesty in Svizzera. Rome è felice di dirgli che avrebbe ricevuto 6.000 sterline israeliane ($ 1.000 di allora, circa 4650 $ di oggi) per un biglietto aereo e quattro giorni di indennità giornaliera. “Si prega di informarmi a quale agenzia di viaggi dovremo inviare il denaro”, rispose. Dopo la conferenza, che si tenne quel settembre, Dinstein invia una relazione con un bilancio delle attività dell’organizzazione e rileva che anche il Dr. Shapiro Nitza-Libai ha partecipato alla conferenza in qualità di osservatore per conto dell’agenzia. Dinstein scrive che le inclinazioni politiche di Amnesty sono generalmente più o meno di sinistra, ma non si può dire che si tratti di una organizzazione di estrema sinistra. Spiega che c’era stata una discussione sul trasferimento della sede dell’organizzazione a Ginevra e che la decisione non era ancora stata presa. “L’atmosfera che prevale in tutte le organizzazioni internazionali con sede centrale a Ginevra sarà, a mio parere, di essere un ostacolo per Israele”, scrive.

In una lettera di accompagnamento a Rome, scrive: “Non invio questa relazione ad altre persone al ministero, e quindi spetta a te decidere se inviarla a qualcuno per il suo esame (ad esempio, all’ambasciata a Londra).” Rome lo ringrazia per l’invio del rapporto e scrive di accogliere la sua raccomandazione “di distribuire le nostre risposte ad Amnesty relative alla relazione sui prigionieri di guerra in Siria e in Israele alle nostre missioni diplomatiche all’estero”.

Dinstein ha detto chiaramente, durante una conversazione la settimana scorsa, di non pensare molto a Amnesty. “Mi sono dimesso dopo alcuni anni, quando mi sono reso conto che è un’organizzazione populista molto lontana da tutto ciò in cui credo, che è la ricerca e la conoscenza”, ha detto. Secondo lui, “Oggi Amnesty International si occupa di un settore di cui non si capisce nulla – il diritto umanitario internazionale.” Durante la conversazione ha negato di essere stato in costante contatto con il Ministero degli Esteri e di averne ricevuto un finanziamento durante il periodo in cui guidava l’agenzia. Quando gli è stato chiesto da dove venivano i fondi per l’organizzazione in quegli anni, ha detto di aver raccolto denaro dalle proprie fonti. “Non c’era bisogno di un gran budget. Impiegavamo, poi, persone part-time.”

Come fu coinvolto il ministero degli Esteri?

“Non c’è stato alcun coinvolgimento. Il ministero degli Esteri non aveva alcun interesse.”

Chi è Sinai Rome?

“Era capo di un dipartimento presso il Ministero degli Esteri. Io lo conoscevo, ma non ho avuto nessun contatto con lui per questo.”

“Io non so niente,” ha risposto Dinstein quando si è parlato di prove che dimostrano il contrario. Ha aggiunto, “non ricordo”, e si è conclusa la conversazione.

In quegli anni, Avi Primor era un diplomatico del ministero degli Esteri. Anche lui è menzionato in alcuni invii di corrispondenza del 1977 indirizzati a lui come capo della Divisione organizzazioni internazionali. Conosceva Dinstein personalmente da quando erano entrambi studenti universitari diciassettenni prima del loro arruolamento nelle Forze di Difesa Israeliane.

“E’ un patriota nel senso di ‘qualunque cosa fa il mio paese è giusta’, un patriota assoluto”, ha detto Primor di Dinstein. “Io mi sono liberato di tutto questo quando ho raggiunto una certa età. Lui, molto meno.”

Primor racconta che Dinstein era arrivato al Ministero degli Esteri nello stesso suo periodo, ma non vi era rimasto per molto tempo avendo preferito il mondo accademico.

Per quanto riguarda la condotta in quegli anni del Ministero degli Esteri verso le organizzazioni internazionali, Primor ha spiegato: “Il nostro obiettivo era quello di influenzarle. Non combatterle, non diffamarle e vietare loro di entrare, come fanno oggi. L’obiettivo era quello di dibattere, di convincere. Io non me ne occupavo, ma presumo che persuadere e influenzare in ogni modo possibile includa anche il denaro”.

E’ difficile immaginare oggi una situazione in cui alti funzionari di una organizzazione per i diritti umani mantenessero un rapporto con l’istituzione e ne ricevessero finanziamenti.

“Non si possono fare confronti. C’è un’altra atmosfera e ci sono concetti differenti. Organizzazioni come Breaking the Silence o B’Tselem – non c’era niente del genere allora”, ha detto Primor. “C’erano poche persone, individui, e erano percepiti come ingenui … Nei primi anni dell’occupazione tutto ciò era visto come qualcosa di temporaneo. Nessuno pensava che sarebbero andati avanti per 50 anni. Questo era qualcosa di inimmaginabile.”

In quel periodo il Dr. Edward Kaufman, che in seguito diventò presidente di B’Tselem, The Israeli Information Center for Human Rights nei Territori occupati, lavorò al fianco di Dinstein di Amnesty. “Era una squadra di giuristi e avvocati”, ha detto a Haaretz questa settimana. Kaufman riferisce di avere avuto uno scontro con Dinstein sulla sua attività diretta a fare il tornaconto dello stato di Israele. “Si vedeva come il cane da guardia dello Stato di Israele”, ricorda.

Comunque, lo stesso Kaufman è citato in documenti del ministero degli Esteri come qualcuno che è stato in contatto con il personale del ministero, anche se è descritto come persona di minor fervore rispetto a Dinstein. Per esempio, Rome ringrazia Kaufman per un report spedito riguardo a una conferenza di Amnesty sul tema della tortura che si era tenuta verso la fine del 1973, dopo la guerra dello Yom Kippur. “L’obiettivo principale su cui la delegazione ha lavorato è stato il rilascio dei prigionieri israeliani in Siria”, scrisse Kaufman. Aggiunge che la cooperazione con i funzionari presso l’Ambasciata di Israele era stata produttiva e acclude una lettera che aveva inviato, dopo la conferenza, al segretario di Amnesty International.

Kaufman conferma e contestualizza: descrive un clima completamente diverso tra i gruppi per i diritti umani e la sinistra israeliana, che operava sotto un governo diverso da quello che domina oggi, e in particolare, un diverso sentimento personale verso lo stato. “Non si sentiva che ci fossero gravi problemi con i diritti umani. Stiamo parlando del periodo dell”occupazione illuminata’ e all’epoca mi sentivo abbastanza tranquillo per quanto riguardava la situazione dei diritti umani in Israele e nei territori”. Aggiunge che il Ministero degli Esteri voleva che lui spiegasse quello che stava accadendo a Amnesty, “Non ricordo che mi sia stata data alcuna informativa di fare qualcosa o per la lotta contro alcunché”.

Dinstein rassegnò le dimissioni dalla sua carica in Amnesty sullo sfondo di un conflitto sviluppatosi con Kaufman. Shapiro-Libai, che sostituì Dinstein e rimase in carica fino a metà degli anni ’80, ha detto che ai suoi tempi l’agenzia non ha ricevuto alcun finanziamento da parte del ministero degli Esteri – Amnesty International ha pagato il budget della sua attività. “Credo che ci fosse interesse a far sì che Israele facesse parte di Amnesty, perché è una importante organizzazione per i diritti umani”, ha detto. “Non sapevo che [Dinstein] aveva rilasciato relazioni scritte al ministero degli Esteri. Non presumo che qualcuno sapesse, ma presumo che lui non abbia ravvisato alcun conflitto di interesse in questo.”

Lior Yavne, direttore esecutivo di Akevot che ha trovato i documenti, ha detto a Haaretz: “Lo sfruttamento senza scrupoli delle organizzazioni della società civile negli anni che vanno dal 1969 al 1976 per promuovere la diplomazia pubblica israeliana e confutare risultanze e affermazioni in materia di violazioni dei diritti umani nei territori, ricorda le attività degli ultimi anni di organizzazioni e gruppi che presumibilmente provengono dalla società civile, ma hanno oscure fonti di finanziamento e operano per danneggiare la legittimità delle organizzazioni per i diritti umani che sono critiche nei confronti della politica del governo israeliano. Ora come allora, questo attacco mina l’esistenza stessa di una società civile libera “.

L’agenzia israeliana di Amnesty, ora operativa a Tel Aviv, è stata registrata nel 1988 come organizzazione senza scopo di lucro ed è la recente incarnazione dell’associazione istituita circa tre decenni prima. Negli ultimi anni quasi tutto il suo budget viene da Amnesty International. L’organizzazione non riceve soldi da parte del governo israeliano e l’anno scorso alla Knesset fu fatto anche un tentativo per negare i benefici fiscali ai donatori.

In una dichiarazione, il Segretariato Internazionale di Amnesty ha risposto che i documenti “presentano gravi accuse che suggeriscono che la leadership della nostra ex sezione di Israele ha agito in un modo che era palesemente in contrasto con i principi di Amnesty International.” Reclamizzano “imparzialità e indipendenza”, come principi fondamentali dell’organizzazione, la dichiarazione punta a una politica che non accetta fondi governativi per nessuna delle sue ricerche e campagne. “I nostri dati mostrano che questo principio è stato formalmente accettato dal movimento nel 1975. Nessun governo dovrebbe sentirsi fuori dal nostro controllo”, dice la nota.

La dichiarazione dice che “Amnesty International ha mantenuto le regole di allora che vietano alle sezioni di lavorare su casi di violazione dei diritti umani nel proprio paese. Il nostro lavoro in Israele è stato quindi stabilito dal Segretariato Internazionale, non dall’ex sezione di Israele. In tutto questo tempo Amnesty International ha messo in luce abusi dei diritti umani commessi dalle autorità israeliane, compresa la richiesta per la sospensione dell’uso fatto da Israele della detenzione amministrativa.

“Durante il periodo in questione eravamo un movimento ancora nella sua infanzia. Nel crescere per diventare il movimento veramente globale che siamo oggi, abbiamo continuato a sviluppare politiche di governance e procedure incisive per assicurare imparzialità rigorosa e responsabilità.”

Amnesty Israele ha detto che i documenti che ha ricevuto dimostrano che il governo di Israele non ha mai evitato di fare uso di qualsiasi mezzo per eludere le proprie responsabilità nella violazione dei diritti umani che conduce, nel 1970 così come oggi. L’agenzia ha detto che i documenti mostrano anche che la precedente agenzia di Amnesty, registrata come associazione ottomana nel 1974, non è la stessa che opera oggi, che è stata registrata come associazione senza scopo di lucro in Israele nel 1988, e ha aggiunto che l’attuale agenzia israeliana è parte attiva e integrante del movimento Amnesty nel mondo.

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

Fonte:http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.777770

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