Una piccola casa editrice che pubblica la Palestina in Italia

Intervista a Wasim Dahmash, seconda parte.

20 marzo 2017, Simonetta Lambertini (*)

Parliamo di Edizioni Q. Come è nata? Quando?

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È nata intorno al 1999: alcuni ricercatori della Sapienza, giovani entusiasti, hanno pensato di fare qualcosa per i popoli oppressi. Alla fine degli anni ’90 c’è stato un inizio, anche drammatico, dell’immigrazione – in quel momento albanese -, ma era tutta la società che in generale stava cambiando. L’idea era nata per studiare tali cambiamenti. Quei giovani partivano dall’idea che fosse necessario divulgare la conoscenza del resto del mondo. L’Europa stava accogliendo, e lo sta facendo tuttora, popolazioni di altri contesti culturali che solo gli specialisti conoscono, almeno in parte. I politici non ne sanno niente, continuano a non saperne niente; i giornalisti ne sanno meno, continuano a saperne sempre di meno, e così via. L’idea era quindi quella di far conoscere, attraverso la letteratura e la cultura, altre popolazioni, a cominciare da quelle più vicine, quelle del mondo arabo: i vicini di casa nel Mediterraneo.

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Io mi occupo di letteratura palestinese, così è nata la Collana Zenit che fin dall’inizio voleva pubblicare letteratura araba o arabo-islamica. Abbiamo iniziato con due libri, uno di un autore teatrale siriano, che è stato anche un regista importante, Sa’dallah Wannus, un grande intellettuale, con un pezzo sulla nascita del Libano e sulla divisione della Siria, attualissimo tra l’altro. L’altro libro, a cura da Daniela Bredi, raccoglie racconti di donne musulmane dell’India, ambientati nel momento della spartizione del subcontinente indiano. Si tratta quindi di libri di letteratura, ma che spiegano anche momenti e contesti storici che bisogna conoscere.

Certo, la letteratura non spiega la storia, ma apre una finestra anche sulla storia da un certo punto di vista. Una finestra che si apre dal cortile di casa, interna, ma che dà verso un altro interno. È così che nascono le Edizioni Q, finora abbiamo pubblicato 45 volumi, non sono pochi, ma non sono moltissimi, c’è il fatto che bisogna resistere però, perché nel frattempo è cambiata la legge sulle cooperative. Siamo diventati una sorta di azienda cooperativa, che brutto nome, ma così è.

Fra le diverse difficoltà amministrative, tasse… galleggiamo più o meno, sopravviviamo, fino a quando non si sa. Anche perché il mercato del libro è in crisi ovunque, le librerie sono in crisi, molte chiudono o hanno chiuso, tra le tante difficoltà, quelle finanziarie. Quindi che fine faremo? Non si sa, finché riusciamo a pubblicare qualcosa lo facciamo, quando non ci riusciremo più smetteremo. Parlo col plurale maiestatis…

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Come mai la scelta dei libri da pubblicare cade su autori che scrivono in arabo o comunque su testi arabi scritti in arabo?

Chi scrive in una lingua diversa dall’arabo, lo fa per presentarsi in un contesto diverso, invece chi scrive nella propria si rivolge a lettori interni, come dire, io vorrei che si conoscesse la letteratura scritta in arabo… L’autore si rivolge all’interno, non all’esterno. Quelli che si rivolgono all’esterno ci sono già, sono già tradotti. Un autore palestinese che scrive in inglese è chiaro che si rivolge a un pubblico anglofono, non al pubblico palestinese. Ci sono ottimi scrittori e poeti palestinesi che trattano temi palestinesi e non conoscono l’arabo, perché sono nati altrove, perché sono stati portati via da piccoli, e questi si rivolgono al loro ambiente. Io vorrei far conoscere invece la realtà palestinese, letteraria, è chiaro, dall’interno. È per questo che si scelgono solo ed esclusivamente autori che scrivono in arabo. Ma non vuol dire che questa sia l’unica scelta possibile, o la migliore, no, è una scelta e basta.

E le traduzioni come vengono curate?

Dopo il lavoro del traduttore, c’è quello del revisore, che sono io. Controllo le traduzioni, vedo se il testo di arrivo corrisponde al testo di partenza, se possiede qualche caratteristica, anche di tipo formale, registro, ritmo ecc. anche se questo è abbastanza difficile. Dopo di che un redattore riscrive il testo per renderlo accettabile come testo letterario in italiano. Una volta finito questo lavoro controllo che il testo nuovo non sia lontano dal testo d’origine, quindi il testo può diventare libro.

I traduttori della Collana Zenit, che sono tutti diversi, in qualche modo sono in sintonia con quello che traducono? Penso per esempio all’ironia di Marco Ammar: in qualche modo si rispecchia nell’autore che traduce?

Sì, in un certo senso sì.

C’è una scelta del traduttore a seconda del testo da tradurre?

Sì, c’è sempre una scelta, una proposta può essere accettata o meno. Molti propongono una traduzione, arrivano continuamente e non tutte vengono accolte.

Quindi c’è un qualche cosa come un’onda che passa tra l’autore e il traduttore?

Se la traduzione è buona vuol dire che il traduttore è in sintonia col testo che ha scelto o che gli è stato affidato. Ne va della resa della traduzione.

Questa attenzione al feeling che dovrebbe esserci tra il traduttore e l’opera che traduce è generalmente presa in considerazione dalle case editrici?

I libri più tradotti oggi sono quelli dall’inglese, una volta lo erano dal francese o dal tedesco. In quelli che riguardano il mondo arabo islamico, che seguo con più attenzione, a volte, anche se le traduzioni sono eccellenti, noto che il traduttore non sa niente dell’argomento, e si vede. Non lo può notare il lettore medio, anche se colto e attento, ma un occhio esperto lo coglie, e questo è spiegabile perché le grandi case editrici affidano a caso la traduzione. Non sempre, ovviamente: quando è il traduttore a proporre, è un’altra cosa. Solo un esempio: le traduzioni di un’autrice palestinese che scrive in inglese, Suad Amiry, in italiano sono eccellenti. È chiaro che la traduttrice conosce bene il contesto culturale e sa trasmetterlo.

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Raccontami un po’ di, I pozzi di Betlemme. Anni fa l’hai tradotto e il libro fu pubblicato da Jouvence. A distanza di vent’anni, o forse più, hai rifatto quella traduzione e lo hai ripubblicato con Edizioni Q. Le due traduzioni sono quindi differenti. Succede che a distanza di un paio di mesi dall’uscita per Edizioni Q, anche Jouvence ripropone I pozzi di Betlemme e pubblica la tua prima traduzione. Dunque sugli scaffali il lettore si trova queste due edizioni, cosa gli si può dire sui due libri? Che differenza c’è?

 

C’è una differenza di stile. La prima traduzione è uscita nel ’95, nel ’94 forse, però io l’avevo consegnata verso il ’92, quindi avevo venticinque anni di esperienza in meno. Nel rileggerla dopo venticinque anni mi sono detto: “Bè, non è male. Però oggi la farei meglio.” E quindi mi sono rimesso al lavoro. Ma, siccome è difficile correggere se stessi ed è più facile ricominciare e rifare, alcune parti che non mi soddisfacevano del tutto le ho ritradotte, dimenticando la precedente traduzione. Poi ho rivisto il tutto e mi è sembrato che andasse bene… non so…  Quindi c’è una differenza di scrittura o di riscrittura, la traduzione è quella, il racconto è quello!

Come può essere che Jouvence ha pensato di pubblicare il libro di nuovo dopo l’uscita di Edizioni Q. Tu che ne pensi?

Io pensavo che quella casa editrice fosse chiusa con la morte del fondatore, e per me è stata una sorpresa. Perché io ho ripubblicato I pozzi? Perché molti amici mi chiedevano: dove si può trovare? Perché non si trova più, ecc.?
Siccome era molto richiesto, qualcuno ha trovato questa nuova Jouvence. Devono essergli arrivate molte richieste e hanno pensato di ripubblicarlo. Forse senza sapere che era già uscito, non lo so.

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L’ultimo uscito nella Collana Zenit?

L’ultimo uscito è di Jamal Bannura, l’autore di “Per non dimenticare”.

È titolato “Una lanterna che non si spegne.”

E infine una bella domanda. Come fa Edizioni Q a resistere in un mercato così difficile?

Ah, allora… i libri della Collana Zenit si trovano in pochissime librerie sparse in Italia. Fino a poco tempo fa si mandavano a chi li richiedeva, o alla libreria che li richiedeva. Finora è successo così. Adesso non lo stiamo facendo più per vari motivi, ma soprattutto per il fatto che alcune librerie non pagano. Quindi oltre alla fatica e alle spese che sosteniamo per farli, i libri, non riusciamo nemmeno a coprire le spese… alla spesa di pubblicazione si aggiunge la spesa per spedirlo…
Adesso stiamo ripensando a come ovviare a questa difficoltà. I distributori lavorano per le grandi case editrici, non distribuiscono per le piccole. Per le piccole chiedono, per un servizio vero, cifre impossibili e noi non vogliamo alzare il prezzo di copertina.

E una vendita online tipo Amazon comporterebbe uguali costi insostenibili?

No, infatti questa è una delle strade, perché il mercato online è quello che sta prevalendo in questo momento.

Quindi pensate di fare questo tentativo online? E nel frattempo?

Sì. Nel frattempo ci sono associazioni, gruppi, persone che si occupano di letteratura, di mondo arabo, che sono i nostri migliori distributori. Poi, anche se siamo veramente una realtà minuscola, abbiamo fatto buoni libri – non tutti eccellenti, ma abbastanza buoni -, diciamo, sopra la media. Siamo conosciuti per questo.

C’è un’ultima cosa che vorresti dire, qualcosa che si potrebbe fare per Edizioni Q?

Sì, c’è una cosa che si potrebbe fare. Intanto, qual’è la ragione per farlo? Perché è l’unica casa editrice con una collana dedicata alla letteratura palestinese. Non ce n’è nessun’altra e già questo è un fatto. Abbiamo pubblicato autori che sono stati tradotti per la prima volta, in seguito per loro si sono aperte altre strade.
Altro buon motivo perché Edizioni Q sopravviva: gli estimatori sono molti e apprezzano il lavoro fatto. Continuano a leggerci, quindi a comprare i libri, se possono anche a distribuirli.
Resta il fatto che la casa editrice è minuscola e che dipende quasi da una sola persona. Le capacità lavorative di una sola persona sono quelle che sono, tra l’altro senza finanziamenti, senza soldi. E questo è bene che si sappia.

Si può fare però, si può fare, anche se restiamo minuscoli. Comunque, in ogni caso, è già tanto che esista. L’importante è rimanere.

 

(*) Simonetta Lambertini vive a Roma, responsabile del settore Arte di Ulaia Arte Sud Onlus, partecipa attivamente alle attività di diverse associazioni, ultimamente ha curato per Edizioni Q “La piccola lanterna”, lettura gioco per bambini dalla favola di Ghassan Kanafani.

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