I pazienti oncologici di Gaza: “Stiamo morendo lentamente”

 

Nella Striscia di Gaza non ci sono le risorse necessarie a garantire un trattamento adeguato, ma Israele nega loro il permesso di viaggiare.

di Mershila Gadzo, 5 FEBRUARY 2017

Gaza City – “Sono come un uccello in gabbia,” dice Hind Shaheen dal suo letto nell’ospedale Al-Rantisi a Gaza City, circondata dai suoi familiari. “Vedo acqua e cibo oltre le sbarre, ma non posso prenderli. È così che mi sento.”

Shaheen soffre di cancro al seno e le sue condizioni di salute sono peggiorate dopo che le è stato negato il permesso di uscire da Gaza per ricevere le cure.

 

 

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http://cdn4.phr.org.il/wp-content/uploads/2016/12/2-Refused2_digital_Eng.pdf

 

Nella Striscia, non ci sono le risorse necessarie a garantirle un trattamento adeguato, ma le autorità israeliane le hanno impedito di attraversare il Valico di Erez, Beit Hanoon per i Palestinesi, ben tre volte di seguito, senza alcuna motivazione ufficiale.

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Le condizioni di Hind Shahim, col cancro al seno, sono notevolmente peggiorate da quando le è stato negato di poter uscire da Gaza per la cura.

Dal 2007, Gaza è sottoposta a un rigido blocco da parte di Israele e dell’Egitto. Il valico di Erez è la principale via d’uscita per i due milioni di abitanti, unico punto di accesso per le strutture sanitarie site su territorio israeliano o in Cisgiordania.

“Non posso andare neanche in Egitto. Il valico resta chiuso per tre o quattro mesi, sono bloccata qui,” prosegue Shaheen.

Condivide questa battaglia con migliaia di altri pazienti di Gaza, in cui ogni anno vengono registrate circa 1.500 nuove diagnosi di cancro. Non sono più disponibili i medicinali per la chemioterapia, non è possibile effettuare cicli di radioterapia, terapia a bersaglio molecolare, non si possono eseguire PET o esami isotopici.

Gisha, il Centro Legale per la Libertà di Movimento, stima che sempre più pazienti si vedono rifiutare il permesso di lasciare Gaza, per ragioni di “sicurezza”. Altri subiscono lunghi interrogatori ai valichi o sono costretti a periodi di lunga attesa per ottenere una risposta.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), la percentuale dei permessi rilasciati nell’ottobre del 2016 era pari al 44%, contro l’82% del 2014 e il 93% del 2012.

“[I pazienti] fanno richiesta più volte, ma le autorità israeliane rispondono che le domande sono in fase di valutazione,” dichiara ad al Jazeera Awad Aeshan, radiologo oncologo presso l’ospedale di Al-Shifa. “La fase di valutazione dura per uno, due anni, fino alla morte del paziente: è una carneficina di malati oncologici. La Striscia di Gaza è sottoposta al blocco e non consentono ai malati di uscire per sottoporsi alle cure.”

Mio marito e bambini piangevano molto 
quando mi è stata diagnosticata. 
Ora penso al futuro  e 
come proteggere i miei figli prima di morire.

Seham Tatari, paziente di leucemia

Il portavoce israeliano del Coordinamento delle Attività del Governo nei Territori (COGAT) contesta queste affermazioni: a suo avviso, il numero di pazienti che hanno attraversato il valico di Erez sarebbe aumentato negli ultimi anni, da 22.380 nel 2013 a 30.768 nel 2016. Ovviamente, questi dati non tengono conto della crescita demografica di Gaza.

Il cancro alla mammella è una delle forme maggiormente curabili, ma la percentuale di sopravvivenza nell’arco dei 5 anni, a Gaza, è del 30%, contro l’85% in Inghilterra e l’86% in Israele.

La radioterapia è fondamentale per la conservazione del seno, ma a Gaza non è disponibile, quindi molte donne vengono sottoposte a mastectomia totale e a rimozione dei linfonodi anche quando non sarebbe strettamente necessario.

Quando Philippa Whitford, chirurga oncologa scozzese, ha chiesto a un gruppo di sostegno nel campo profughi di Al-Bureij quante donne fossero state sottoposte a mastectomia, tutte hanno alzato la mano. “Non è consentito l’ingresso a Gaza dei radioisotopi, impiegati per le scintigrafie ossee e per la biopsia guidata dei linfonodi ascellari, sebbene sia esclusa la possibilità di un utilizzo potenzialmente pericoloso,” ha scritto la Whitford in un articolo.

A causa dei servizi limitati, poi, capita che la diagnosi sia tardiva: a Gaza ci sono solo due mammografie funzionanti.

Aeshan visita tra le 50 e le 60 donne al giorno e solo la metà può essere sottoposta a chemioterapia a Gaza. Circa due terzi dei pazienti avrebbero bisogno di cicli di radioterapia e ogni mese si richiede il trasferimento di centinaia di malati a Gerusalemme Est occupata.

Il blocco decennale comporta anche uno scarso aggiornamento delle tecniche operatorie. Secondo un rapporto del WHO del 2010, non ci sono chirurghi specializzati nel trattamento del cancro all’esofago, al pancreas, al polmone.

Seham Tatari, 52 anni, soffre di leucemia linfatica cronica e lasciava Gaza ogni 20 giorni per sottoporsi a chemioterapia nella West Bank occupata. A ottobre, le mancavano solo quattro sedute, ma ha ricevuto un messaggio in cui le veniva revocato il permesso.

“Ho fatto sedute ogni 20 giorni per tre anni. Perché adesso me lo impediscono? Non ha alcun senso,” chiede Tatari al gruppo di sostegno di Gaza City.

La chemioterapia è un trattamento invasivo e se viene interrotto, il paziente è costretto a ricominciarlo da capo.

“Al momento della diagnosi, mio marito i miei figli hanno pianto tanto. Io penso al futuro e voglio vedere sistemati i bambini prima di morire. A Gaza stiamo morendo lentamente,” spiega Tatari. “La mia forma di cancro era curabile [prima che mi impedissero di viaggiare], ma adesso può diffondersi in altre aree del corpo. Soffro di atroci dolori perché non ho più accesso ai medicinali, che non sono disponibili a Gaza.”

Prima del blocco nel 2007, Gaza era un centro sanitario importante, racconta Talha Ahmad, farmacista. Adesso descrive il suo posto di lavoro in ospedale come una zona di guerra.

“Non faccio che combattere ogni giorno per avere i medicinali che servono ai miei pazienti,” si sfoga con Al Jazeera.

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Talha Ahmad, un farmacista di chemioterapia, indica la carenza di farmaci a Gaza [Mersiha Gadzo / Al Jazeera]
“Ci mancano i farmaci di base. Non parlo di chemioterapici di nuova generazione, ma di prodotti che erano usati 20 anni fa negli altri Paesi. Qui non abbiamo neanche quelli.”

Nell’agosto del 2016, il 17% dei farmaci oncologici erano esauriti, secondo il Medical Aid for Palestinians.

“Provo a dire [ai miei pazienti], nel modo più gentile possibile: ‘Non abbiamo il farmaco di cui ha bisogno’. È esattamente come dire: ‘Morirete lentamente perché non ci sono medicinali,’”, dice Ahmad.

“Provo a indorare la pillola per dare loro speranza, assicuro che arriveranno nelle prossime settimane e che l’attesa non sarà letale. Ma la verità è che i malati dovrebbero avere accesso ai farmaci immediatamente.”

Sono stati segnalati anche casi di estorsione ai danni di pazienti che provavano a raggiungere centri vicini per trattamenti salvavita.

Nel mese di luglio, il diciannovenne Yousef Younis ha ricevuto una chiamata dai servizi di sicurezza israeliani, dopo aver fatto domanda per recarsi a Gerusalemme a curare una forma di leucemia. Gli hanno proposto di diventare un collaboratore. Al suo rifiuto, il permesso è stato rifiutato, le condizioni di salute sono peggiorate nel giro di poco tempo ed è morto il mese successivo.

Israele, in quanto forza occupante, è obbligata dal diritto internazionale a garantire alla popolazione palestinese l’accesso alle cure mediche e a mantenere le strutture sanitarie, gli ospedali e i servizi nei territori occupati.

Il centro Gisha sostiene che, in caso di loro intervento o di denuncia a mezzo stampa, il permesso di viaggio viene concesso. “Questo fa capire il livello di arbitrarietà nel processo decisionale”.

Nel frattempo, all’ospedale di Al-Rantisi, Muhammad Qahman, 67 anni, aspetta che arrivi il suo turno. Tre giorni dopo la morte di suo fratello per cancro ai polmoni, ha ricevuto la stessa infausta diagnosi. Il cancro era già metastatizzato al cervello.

L’ultima volta che ha attraversato il valico di Erez, Qahman stava molto male e ha dovuto attendere per oltre due ore senza neanche la maschera dell’ossigeno, secondo i familiari, che esprimono preoccupazione per il suo stato di salute e per i costosi trattamenti, disponibili solo su territorio israeliano.

“Non crediamo nella guarigione; stiamo solo ritardando quel momento il più possibile,” dice il figlio di Qahman ad Al Jazeera.

Trad. Romana Rubeo – Invictapalestina.org

Approfondimenti:

http://nena-news.it/gaza-vietato-curarsi/

http://zeitun.info/2017/01/10/le-pazienti-di-gazamalatedi-cancro-il-divieto-israeliano-di-lasciarci-entrare-per-curarci-e-una-condanna-a-morte/

https://invictapalestina.wordpress.com/2016/10/13/malati-con-carcinoma-mammario-lanciano-un-appello-dalla-striscia-di-gaza/

http://cdn4.phr.org.il/wp-content/uploads/2016/12/2-Refused2_digital_Eng.pdf

Fonte: http://www.aljazeera.com/indepth/features/2017/01/gaza-cancer-patients-dying-slowly-170115120725304.html

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