I palestinesi che stanno cambiando il volto della moda

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Ayah Tabari, fondatrice di Mochi. (Cherrypick Dubai)

Khelil Bouarrouj  December 29, 2016  Art.Square, Diaspora

 

 

Mochi

Vogue Arabia l’ha definita la “moda più etnicamente-ispirata del Medio Oriente”. Vogue UK ha trillato che è il “tesoro da indossare in questo momento.” Parlavano di Mochi, con sede a Dubai, che  alcuni ammiratori chiamano Mo’Chic – nata da un’idea della stilista palestinese Ayah Tabari.

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L’Alta moda è spesso accusata di appropriarsi dei disegni etnici per il solo scopo di soddisfare i propri profitti. Ma Tabari ha un approccio diverso, radicato nel rispetto del patrimonio culturale e delle pratiche locali. Mochi lavora per far rivivere l’arte del ricamo a mano. Ogni collezione rende omaggio a un paese che, durante i suoi viaggi, ha affascinato Tabari. L’ispirazione può anche essere stata del tutto fugace, ma Tabari e il suo team si prendono poi il tempo necessario per conoscere le storie specifiche e le pratiche locali delle diverse tradizioni di ricamo, collaborando con artiste locali per la produzione di ogni collezione. Mochi aiuta quindi a sostenere una forma tradizionale di moda che spesso è minacciata dal consumo di massa di fast-fashion. Finora, Mochi ha prodotto sette collezioni ispirate da luoghi diversi come Jaipur, Thailandia, Ungheria e Uzbekistan.

Lo spirito internazionale di Tabari è radicato nella sua stessa identità di palestinese cresciuta in Giordania e Arabia Saudita, che ha studiato a Londra, e si è poi stabilita in una delle più vivaci comunità di espatriati in tutto il mondo: Dubai.

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Il modello imprenditoriale di Mochi combina il meglio dei due mondi. Sebbene ci siano molte organizzazioni nonprofit che danno occupazione alle donne che producono capi d’abbigliamento e, anche se l’abbigliamento prodotto può considerarsi autentico, queste organizzazioni non hanno l’esperienza e le intuizioni degli stilisti. Mentre le principali case di moda producono abbigliamento etnico con cuciture impeccabili, criticato però come un facsimile, lontano dalle economie locali, dai lavoratori e dalle infrastrutture di produzione. Mochi, d’altra parte, intreccia l’impegno etico nel preservare le tradizioni artigianali con standard di qualità che Vogue UK loda come “quasi di livello da Alta Moda nella loro complessità.”

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E’ questa unicità che ha conquistato a Mochi un seguito internazionale e di alto profilo. Tra coloro che indossano gli abiti di Mochi ci sono l’attrice Cara Delevingne, l’artista Rita Ora, e la top model e  sua collega palestinese Gigi Hadid, che nella foto qui sotto indossa un pezzo splendido della collezione Mochi ispirato alla Palestina.

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Faissal El-Malak

Lo stilista Faissal El-Malak ha molto in comune con Tabari, a prescindere dal loro patrimonio palestinese condiviso. El-Malak è vissuto tra due mondi. Cresciuto a Montreal e Doha, ha studiato moda nell’Atelier Chardon Savard di Parigi. Anche lui ha sede in una Dubai che sta rapidamente emergendo come la mecca della moda del Medio Oriente. Le sue collezioni di ricamo pronte da indossare “ponte fra lavoro artigianale tradizionale e design moderno.” In passato, El-Malak ha parlato della ricca identità culturale intrecciata nei tessuti e nell’artigianato della regione. Ha viaggiato da Tunisi fino in Yemen, in cerca di ispirazione.

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Nel 2015, El-Malak è stato uno dei sette giovani designer mediorientali celebrati da Vogue al suo Fashion Dubai Experience. Nello stesso anno, El-Malak è stato finalista per Vogue Italia di “Who is on Next?” progetto esplorativo per trovare il prossimo top designer. Su 25 concorrenti, El-Malak era uno dei cinque designer che rappresentavano il Medio Oriente. L’essere considerato uno dei migliori giovani designer, e due volte da Vogue, parla da sé.

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Molti giovani designer emergenti non aprono più boutique; è semplicemente troppo costoso. Piuttosto, mostrano le loro collezioni nei negozi pop-up. El-Malak ha organizzato pop-up a Dubai, Jeddah e Abu Dhabi, tra cui uno ospitato dall’importante grande magazzino britannico Harvey Nichols. El-Malak ha anche mostrato le sue collezioni al Festimode di Casablanca e nella settimana Carthage Design and Fashion in Tunisia. I suoi abiti sono stati fotografati in diverse riviste di moda.

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Di recente El-Malak ha presentato due collezioni, una ispirata alla Tunisia e l’altra allo Yemen. Il suo soggiorno di tre mesi in Palestina dello scorso anno, durante il quale è andato a caccia di tessuti, potrebbe preludere a una collezione ispirata alla Palestina in un prossimo futuro.

Jamal Taslaq

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Nato a Nablus, Jamal Taslaq rappresenta la moda di fascia alta nello spettro della moda palestinese. Si è rapidamente fatto un nome con il suo atelier e boutique a Roma, dove si è distinto nel fare vestiti raffinati, in particolare abiti da sposa. Per quanti non vivono a Roma, Taslaq sta portando sempre più la sua couture nelle città di tutto il mondo. Negli ultimi mesi ha organizzato sfilate di promozione a New York, Budapest, e Napoli.

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Non diversamente da Tabari e El-Malak, il ricamo è al centro anche della couture di Taslaq. Anche se l’influenza della tradizione palestinese negli abiti occidentali moderni potrebbe non essere immediatamente evidente, Taslaq ha chiarito il collegamento quando ha reso un omaggio definitivo alla sua eredità palestinese in uno splendido abito da sera bianco e rosso (tradizionale motivo colorato palestinese). L’abito era uno dei 30 pezzi disegnati da Taslaq per celebrare la moda palestinese come parte della Giornata Internazionale di Solidarietà delle Nazioni Unite con il Popolo Palestinese lo scorso novembre a New York, Giornata in cui sono stati presentati eventi culturali per valorizzare la narrazione palestinese. I ricami della collezione colorata caratterizzata da sottovesti, abiti e vestiti bianchi, rossi, avorio, verdi e neri, sono stati in parte disegnati da profughi del campo di Jerash in Giordania.

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“Quando ho lasciato la Palestina,” ha detto Taslaq, “ho capito che devo fare qualcosa per me e la mia gente per mostrare al mondo che siamo come tutti gli altri. Vogliamo una vita. Vogliamo la pace. Amiamo. Abbiamo tutti i sentimenti che ci rendono uguali alle altre persone. ”

Khelil Bouarrouj è uno scrittore dell’Istituto per gli Studi per la Palestina con sede a Tunisi. In precedenza è stato Online Content Editor per l’IPS-USA a Washington, D.C.

Traduzione Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte: http://blog.palestine-studies.org/2016/12/29/the-palestinians-who-are-changing-the-face-of-fashion/

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