Con la soluzione dei due stati ormai sogno lontano, i palestinesi chiedono se non sia il momento di spingere per la soluzione di un unico stato

Joshua Mitnick 29 dicembre 2016

 

Israele si sta preparando all’eventualità che la conferenza adotti ulteriori dichiarazioni con le   impostazioni precedenti di una soluzione a due stati.

Per quasi tre decenni, i governi di tutto il mondo hanno insistito sul fatto che il modo migliore per porre fine al conflitto più irrisolvibile del Medio Oriente fosse quello di scambiare terra per pace, con la creazione di uno stato palestinese indipendente accanto a Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Ma in questi giorni i palestinesi, che vedono disintegrarsi le prospettive per la cosiddetta soluzione dei due Stati, in un numero sempre crescente stanno riflettendo su una provocatoria alternativa: un unico stato binazionale dal fiume Giordano al Mediterraneo.

Il concetto è l’equivalente di un cavallo di Troia demografico, che costringe Israele a dare ai residenti arabi pieno diritto di voto – e mettere a repentaglio l’identità ebraica su cui Israele è stato creato nel 1948 – oppure rischiare di diventare uno stato di apartheid sotto sanzione permanente da parte del resto del mondo.

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John Kerry relaziona sulla costruzione degli insediamenti israeliani.

Mercoledì il Segretario di Stato USA John F. Kerry ha avvertito del rischio, in quella che ha descritto come una “realtà fondamentale” da prendere in considerazione da entrambe le parti: “Se la scelta è uno stato, Israele può essere o ebraico o democratico – non può essere contemporaneamente le due cose – e non sarà mai veramente in pace”.

Per i palestinesi, i rinnovati inviti a considerare una soluzione di uno stato arrivano in un momento in cui il processo di pace è in uno dei suoi punti più bassi. I negoziati sono stati messi in naftalina per tre anni, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono in costante espansione e ci sono i continui appelli da parte di politici israeliani ad annettere parte della Cisgiordania.

La vittoria del presidente eletto Donald Trump e l’importanza data ai supporter delle colonie israeliane nella sua stretta cerchia di consulenti non hanno fatto che peggiorare lo scetticismo. A dicembre, un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che due terzi dei palestinesi ritengono che una soluzione a due stati non è più fattibile.

L’alternativa, sostengono in molti, è un invito a Israele a fare un boccone della Palestina.

“Molte persone sostengono l’idea”, ha detto Mustafa Barghouti, deputato palestinese e ex candidato alla presidenza. “Se la soluzione dei due stati è fisicamente irraggiungibile, abbiamo una sola opzione: Una lotta per ottenere pieni ed uguali diritti democratici in uno stato, nella terra della Palestina storica.”

Una volta limitata a piccoli gruppi di manifestanti politicamente indipendenti che scendevano in piazza ogni settima contro l’occupazione militare israeliana, l’idea viene ora ampiamente discussa. Intellettuali palestinesi, uomini d’affari e funzionari politici che a lungo hanno sostenuto la soluzione dei due stati stanno iniziando a elaborare strategie su ciò che alcuni sostengono sia la realtà già esistente di uno stato.

“A causa della mancanza di un orizzonte politico, dell’incapacità delle parti a sedersi insieme, a causa della realtà sul terreno dell’espansione degli insediamenti e dei checkpoint stradali, la gente ha iniziato a credere che la soluzione dei due stati è morta”, ha detto Bashar Azzeh, un giovane attivista e direttore marketing presso il Wassel Group, una società di logistica palestinese.

“Alcune persone dicono: Facciamo richiesta di pieni diritti umani e civili, piuttosto che diritti nazionali; forse allora la comunità internazionale ci ascolterà.”

Ad Al Birah, città gemella di Ramallah, lo stadio di calcio comunale si trova su un crinale a poche centinaia di iarde dalle case dai tetti rossi della colonia israeliana di Psagot sulla collina opposta. Wasfi Nawajah, un allenatore in tuta da riscaldamento, si è lamentato che il suo villaggio nella Cisgiordania meridionale non ha avuto i permessi per la costruzione di una palestra, mentre il vicino insediamento israeliano è libero di costruire impianti sportivi ed espandersi.

“I palestinesi stanno solo soffrendo dal processo di pace. La situazione è difficile. Molte persone stanno perdendo la speranza,” ha detto Nawajah.

Un sondaggio di questo mese, fatto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, ha rilevato un salto di quasi 10 punti percentuali negli ultimi tre mesi di palestinesi che dicono che la soluzione dei due stati non è più praticabile. L’appoggio a una soluzione di un solo stato è avanzato nello stesso periodo dal 32% al 36%.

“Si tratta di un cambiamento importante, una significativa erosione nella vitalità della soluzione dei due stati,”  ha detto Khalil Shikaki, direttore del centro sondaggi, in una conferenza al Jerusalem Press Club. “Oggi, non abbiamo il sostegno della maggioranza per la soluzione dei due stati. Quello che è aumentato è l’appoggio per la soluzione di un unico stato.”

Un diminuito apporto di consensi si può trovare in Israele così come nell’amministrazione U.S.A in arrivo. La nomina fatta da Donald Trump di David Friedman, mecenate di lunga data dell’ insediamento israeliano di Beit El, suggerisce che con la nuova amministrazione potrebbero non esserci più negoziati in vista per uno stato palestinese come è stato con i precedenti presidenti degli Stati Uniti.

Il ministro dell’Istruzione israeliano Naftali Bennett, che sostiene l’annessione del 60% della Cisgiordania e “autonomia sotto steroidi” per i palestinesi nelle restanti aree, a novembre ha dichiarato la fine della “dell’era” dello stato palestinese.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu recentemente ha detto a “60 Minutes”, alla CBS, che  continua ad impegnarsi per “due stati per due popoli”, ma quando gli fu chiesto da un giornalista israeliano, alla vigilia delle elezioni 2015, se si aspettasse la creazione di uno stato palestinese sotto la sua guida, disse di no. Il primo ministro e i suoi collaboratori dicono che Israele ha bisogno di raggiungere accordi di sicurezza con i governi arabi circostanti prima di un accordo di pace con i palestinesi.

La maggior parte della destra del Partito Likud di Netanyahu e del partito a favore dei coloni Casa ebraica di Bennett non ha mai rinunciato alla tesi che Israele abbia il diritto storico e anche divino su tutta la terra biblica di Israele. Per la gran parte della popolazione israeliana, la fine dell’occupazione della Cisgiordania è vista come l’assunzione di un rischio troppo grande per la sicurezza.

Una campagna per un unico stato segnerebbe un cambiamento epocale nella strategia della leadership palestinese, che sta spingendo per uno stato palestinese a fianco di Israele fin dai primi anni del 1990. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha messo in gioco la sua carriera politica in una campagna non violenta di negoziazione per uno stato palestinese e non ha dato alcun segno di voler cambiare. In un recente convegno del suo partito politico, Fatah, forza politica dominante in Cisgiordania, non vi è stata alcuna discussione su un cambiamento nella strategia ufficiale.

“Noi continuiamo a credere che la soluzione dei due stati sia la soluzione migliore”, ha detto un alto funzionario palestinese non autorizzato a rilasciare dichiarazioni ufficiali sulla politica. “Tuttavia, se Israele decide per l’annessione, questa è la fine della Cisgiordania. Una volta che l’idea di una soluzione a due stati è finita, l’unica cosa che ti rimane è uno stato. ”

La nozione di un unico stato bi-nazionale – che avrebbe approssimativamente lo stesso numero di arabi ed ebrei – è stata a lungo un anatema per molti ebrei israeliani perché significherebbe una trasformazione radicale dell’identità di Israele come “stato ebraico”.

“Significherebbe la fine del sionismo,” ha detto l’alto funzionario palestinese.

La minoranza araba di Israele rappresenta già il 20% della popolazione del paese. Gli israeliani arabi costituiscono circa il 15% del parlamento, ma poiché i partiti che li rappresentano non si uniscono in coalizioni di governo, solo un  arabo da sempre è stato ministro. C’è stato un solo arabo alla Corte Suprema di Israele.

Negli ultimi anni, i demografi hanno previsto che il numero totale dei palestinesi in Israele, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza alla fine supererà quello della popolazione ebraica. Giovedì l’ufficio di statistica palestinese ha detto che la parità demografica sarà raggiunta entro la fine del 2017.

Anche se i principali demografi israeliani in generale concordano con i numeri palestinesi, Yoram Ettinger, un ex diplomatico del Partito Likud, ha definito tali proiezioni “allarmismo demografico” volte a diffondere “pusillanimità e fatalismo” tra gli ebrei. Lui e alcuni altri sostengono che le stime della popolazione palestinese sono gonfiate e le proiezioni non corrette; in realtà, si dice, i tassi di natalità araba sono in calo e i tassi ebraici in aumento.

Uno stato binazionale, per molti palestinesi presenta una nuova opportunità per fare pressione sugli israeliani che temono di diventare una minoranza nella loro stessa patria. Immaginano di  intraprendere una campagna che evochi la lotta dei sudafricani neri contro il governo della maggioranza bianca che potrebbe infangare le credenziali democratiche di Israele.

“Il significato di uno stato in tutti i territori occupati può avere due alternative,” ha detto Ziad Abuzayyad, un ex ministro palestinese, a Radio Israele questo mese. “O Israele diventa uno stato di apartheid che ignora gli arabi o darà i diritti a quelli che vi resiedono e ci sarà uno stato binazionale. Decidete voi.”

Sam Bahour, un uomo d’affari palestinese americano, ha sostenuto che i palestinesi devono concentrare le proprie energie in una campagna per guadagnare più diritti economici, di movimento e dell’acqua, pur non rinunciando alla possibilità di stabilire, ad un certo punto in futuro, uno stato palestinese indipendente.

“L’idea alquanto logica è che siamo arrivati ad un punto morto sulla praticabilità dei due stati, così la gente sta cominciando a pensare ad alternative”, ha detto in un’intervista. “Nessuno ha detto quello che la gente sta dicendo nei caffè su un programma politico. Non credo che [uno stato] sia il pensiero politico; il pensiero è la frustrazione.”

In effetti, i funzionari palestinesi sono riluttanti a buttare ufficialmente a mare l’appoggio a una soluzione a due stati perché l’idea ha ancora il sostegno della comunità internazionale. Negli ultimi anni, le Nazioni Unite e gli organismi internazionali hanno riconosciuto uno “stato palestinese” in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Per la maggior parte dei palestinesi, questo rimane il sogno. Ma molti come Samer Abd al-Kareem Omar si dicono disposti a mettere da parte il sogno di uno stato indipendente se questo significa prosperità economica, sicurezza fisica e uguaglianza.

In un bar pieno del fumo dei narghilè, di fronte ad Al Birah, Omar, 40 anni, insegnante di computer, ha detto che la sua famiglia ha perso diversi acri di terreni agricoli per la costruzione della barriera israeliana in Cisgiordania. Omar attraversa i checkpoints militari ogni giorno. Per lui, un unico “stato non dichiarato” esiste già, ha affermato.

“I due popoli vivono insieme. Cosa c’è di sbagliato nel vivere in condizioni di parità? E’ la situazione ideale,” dice. “La gente ha bisogno di occuparsi del proprio futuro e dei propri interessi personali – le rivendicazioni nazionali non sono tutto”.

Traduzione Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte: http://www.latimes.com/world/la-fg-palestinian-one-state-2016-story.html

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