Gaza e l’industria israeliana della violenza

Su gentile segnalazione dell’autore, il contenuto integrale del 6° capitolo del libro.

6. LA VIOLENZA CONCENTRAZIONARIA ISRAELIANA

6.1 Il sistema concentrazionario

Il paradigma carcerario

gaza
Secondo lo storico di origine palestinese Rashid Khalidi, le pratiche israeliane di detenzione dei palestinesi rivelano che la natura di Israele dall’inizio dell’impresa sionista fino ai giorni nostri è quella di uno Stato carcerario per il popolo palestinese (1).

Il paradigma carcerario applicato allo studio delle forme e dei metodi di oppressione israeliana dei palestinesi è sicuramente illuminante, e non a caso è stato impiegato da molti osservatori. Tuttavia, per avere un quadro completo delle ripercussioni del progetto coloniale sionista sulla popolazione palestinese indigena, esso va integrato con concetti altrettanto importanti: segregazione, concentramento ed eliminazione. La natura del sionismo come progetto coloniale di insediamento che mira a impossessarsi della terra e delle risorse senza dover incorporare o gestire la popolazione indigena, spiega perché nel corso dei decenni le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi hanno assunto le forme dell’apartheid, cioè della completa separazione del gruppo dominante dal gruppo assoggettato, della segregazione degli indigeni in aree circoscritte e rigidamente controllate, dell’eliminazione fisica dei palestinesi attraverso la spoliazione e l’espulsione, e infine del «memoricidio», della distruzione del patrimonio culturale al fine di cancellare ogni traccia della presenza indigena sul territorio israeliano. Il sionismo è un movimento coloniale di insediamento che ha l’obiettivo di costruire una società di coloni al posto della società indigena e di erigere una fortezza impenetrabile che separi la colonia dai suoi vicini arabi. Questa politica fu chiaramente articolata nel 1923 dall’ideologo sionista Vladimir Jabotinsky, secondo il quale la colonizzazione sionista poteva continuare solamente sotto la protezione di «un muro di ferro che la popolazione nativa non possa sfondare».

La costruzione di muri, torri di guardia, barriere, fortificazioni e di altri dispositivi di controllo e sorveglianza, in altre parole, l’edificazione di un ampio e sofisticato regime carcerario che separasse la società dei coloni e incarcerasse quella dei nativi era connaturata al progetto coloniale sionista e avrebbe determinato la forma e il funzionamento dello Stato di Israele negli anni a venire.

Il geografo israeliano Oren Yiftachel ha definito la realtà attuale in Israele/Palestina come una «geografia politica di incarcerazione di massa», dove un’intera popolazione è rinchiusa in aree delimitate ed esposta alla mercé dei suoi guardiani. Nella storia, i coloni europei ricorsero all’incarcerazione di massa dei gruppi indigeni per sfruttarne terra, risorse minerali e lavoro, quando non era possibile mantenere il controllo con altri mezzi non coercitivi, o quando le opzioni dello sterminio o dell’espulsione non erano praticabili. Allo stesso modo, il regime etnocratico israeliano ha lavorato incessantemente alla giudaizzazione della Palestina, costruendo colonie ebraiche sulle terre confiscate ai palestinesi e confinandoli in piccole enclave sconnesse.

Questa politica di incarcerazione di massa, necessaria per proteggere i coloni ebraici, fu inaugurata con il regime militare all’interno della Linea verde (il confine armistiziale del 1949 internazionalmente riconosciuto come legittimo) prima del 1967 e venne poi estesa a partire dagli anni Novanta ai palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ghettizzati in aree isolate da posti di blocco e circondate dal Muro. Gaza rappresenta un ghetto particolarmente riottoso e restio ad accettare le illusioni del processo di pace, e perciò sconta il prezzo di un isolamento ancora maggiore. Quando scoppia una rivolta, la repressione dei guardiani e l’inasprimento delle condizioni di detenzione preparano le condizioni per la rivolta carceraria successiva. Di conseguenza, sostiene Yiftachel, «in Israele/Palestina è in corso un processo di apartheid strisciante. I diritti sono determinati dall’appartenenza etnica e dal luogo di nascita. Gli ebrei sono liberi di muoversi e di acquistare terreni in quasi tutta l’area sotto il controllo israeliano, mentre  i palestinesi sono limitati in enclave – gli abitanti di Gaza esclusivamente a Gaza, quelli di Gerusalemme a Gerusalemme, i beduini nel Negev e così via» (2). Nelle pagine seguenti si cercherà di inquadrare storicamente le forme e le modalità in cui il concentramento e la segregazione della presenza indigena in Palestina si sono manifestate.

(1)  R. I. Khalidi, Israel: A Carceral State, «Journal of Palestine Studies», Vol. 43, No. 4, 2013/2014.

(2) O. Yiftachel, Think of Gaza as a prison – and all becomes clear, «The National», January 15, 2009.

Per continuare la lettura scaricare il PDF: la-violenza-concentrazionaria-israeliana

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