“Apartheid Israel” non è solo uno slogan politico, è la realtà di tutti i giorni

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Immagine del muro dell’apartheid in Cisgiordania e di un posto di guardia militare israeliano [Apaimages]
December 8, 2016 at 12:24 pm – Jihad Abu Raya

Circa il 70% di tutte le città che si trovano all’interno di Israele – territori palestinesi occupati dal 1948 – sono “per soli ebrei”; ai cittadini arabi dello stato è vietato viverci. Questa è la politica sostenuta fin dalla creazione dello stato d’Israele sulla terra palestinese. I mezzi e i metodi possono anche essere cambiati, ma non l’obiettivo di Israele; creare città “arabo-free”, cioè esclusivamente per chi sia di etnia ebraica, è l’intenzione ufficiale. Questa è ordinaria discriminazione a favore di un gruppo di cittadini; questo è apartheid. Nonostante questo fatto sia ovvio, è un problema che la comunità internazionale preferisce non affrontare e così Israele continua a farla franca.

La cosiddetta Israel Land Authority gestisce il 94 % delle terre palestinesi del 1948 per conto di tre principali “padroni”:

  • in primo luogo, lo stato di Israele, che rivendica la proprietà del 69 % della terra del 1948 ereditata dal governo del mandato britannico, più quella sequestrata perché si è affermato non essere proprietà di nessuno o semplicemente confiscata.
  • Il secondo “proprietario” è la Development Authority, che rivendica il 12% della terra che fu consegnata dal protettore delle proprietà appartenenti agli “assenti” – in altre parole, le proprietà appartenenti a palestinesi vittime della pulizia etnica.
  • Il terzo è il Fondo Nazionale Ebraico (JNF), che “possiede” il 13 % della terra. Una piccola percentuale della terra del JNF è stata sequestrata o acquistata dal fondo prima della creazione dello stato di Israele. Tuttavia, per la maggior parte si tratta di terra che apparteneva ai palestinesi cacciati dalle loro case nel 1948, che fu poi data al JNF come dono da parte del governo di Israele dopo la creazione dello Stato, come parte di ciò che è conosciuto come il primo affare da un milione e il secondo affare da un milione.

La terra del JNF è destinata ad esclusivo beneficio degli ebrei per la costruzione di città per soli ebrei e per la realizzazione di progetti di giudaizzazione. Quando dice che la terra è di proprietà del Fondo Nazionale Ebraico, l’Israel Land Authority, indica esplicitamente tali terreni come proprietà solo degli ebrei, che non può essere venduta o affittata a coloro che non lo sono. Tutto ciò si basa sulla pretesa che il Fondo Nazionale Ebraico è una “società privata” il cui statuto vieta la vendita o la locazione di proprie terre a coloro che non sono ebrei. Inoltre, quando dice che la terra appartiene allo stato di Israele o alla Development Authority, l’Israel Land Authority ricorre a mezzi subdoli e ingannevoli per raggiungere lo stesso obiettivo.

Nel 1995, la famiglia Qaadan di Baqah Al-Gharbiyah chiese di acquistare un appezzamento di terreno per costruire una casa nella vicina città di Katsir. La risposta fu esplicita. Alla famiglia si disse che non poteva acquistare la terra in quanto erano arabi e nessun sangue ebraico scorreva nelle loro vene. Quando la famiglia chiese una spiegazione all’Israel Land Authority si scoprì che il terreno su cui è stata fondata Katsir è “terra di stato” affittata per 99 anni alla “Jewish Agency for the Land of Israel”, che a sua volta ha concluso con la Cooperativa Katsir un accordo in base al quale solo i membri di questa organizzazione possono vivere nella città.

La famiglia araba Qaadan non aveva alcuna possibilità di successo nel suo tentativo di vivere a Katsir. La Cooperativa si rifiuta di accettare membri arabi e l’Agenzia Ebraica si rifiuta di affittare la terra a coloro che non sono ebrei, con il pretesto che il suo statuto lo vieta. E’ con un tale sistema fascista che Israele è riuscito a creare centinaia di città per soli ebrei sulla terra della Palestina occupata dal 1948. Tuttavia, la famiglia Qaadan non si è arresa e ha presentato il suo caso all’Alta Corte di giustizia. Come spesso accade in questi casi, dopo molti anni di temporeggiamenti, la Corte ha stabilito che è illegale rifiutare la domanda dei Qaadan per motivi razziali.

Era impensabile che l’establishment israeliano avrebbe cambiato la sua politica e aperto la porta ai cittadini arabi perché vivessero in condizioni di parità all’interno di città come Katsir. Tanto è vero che, in qualche modo, ci si aspettava che le autorità avrebbero cercato tattiche sempre più perfide e fraudolente per perseguire la stessa politica.

Ciò è puntualmente avvenuto sotto forma di una nuova decisione presa dalla direzione dell’Israel Land Authority il 1°agosto 2004, che reca il numero di riferimento 1015. Con questa decisione si è decretata l’istituzione di “comitati di approvazione” all’interno delle città abitate da un massimo di 500 famiglie, come pure all’interno di centri agricoli. I comitati hanno il mandato di decidere chi rifiutare e chi accettare tra i candidati che fanno richiesta di risiedere nelle loro città. Ogni commissione è composta da cinque membri. Nelle città agricole, è la stessa cooperativa a decidere l’identità dei membri del comitato di approvazione. Nelle altre città, le commissioni comprendono un rappresentante della Jewish Agency or the Zionist Histadrut (sindacato), un alto funzionario del Housing Ministry, un rappresentante della cooperativa, un rappresentante del consiglio provinciale e un rappresentante dei movimenti dei coloni.

La decisione numero 1015 consegna 838 città – il 70% di tutte quelle all’interno di Israele – all’approvazione delle commissioni. Queste città e i loro consigli provinciali controllano l’81% della terra dello stato, il che significa che gli arabi sono tenuti fuori da queste città e ampie aree di terra sono limitate ai soli ebrei. Questi comitati non sono professionalmente qualificati per poter esaminare l’idoneità dei candidati che fanno richiesta di residenza. Non è un caso che da nessuna parte hanno approvato la residenza ad una famiglia araba. Dopo tutto il loro compito, prima di tutto, è quello di sbattere la porta in faccia alle famiglie arabe.

E non è tutto. Quando il territorio di una certa città comprende terra di proprietà araba, si dichiara vietata la residenza in questa parte del territorio e la terra di solito viene dichiarata “boscaglia” o “terreno agricolo”, certamente non un posto dove gli arabi siano autorizzati a vivere. L’Israel Land Authority farà poi del suo meglio per scambiare tali terreni. Se questo risultasse impossibile, farà ricorso alla minaccia di confisca delle terre ai legittimi proprietari arabi.

Nel 2006, la famiglia Zbaidat di Sakhnin ha fatto richiesta di residenza all’interno della città di Rakifet che appartiene al Consiglio Provinciale di Mesgaf. Il comitato di approvazione di Rakifet, come previsto, ha respinto la domanda presentata dalla famiglia araba in una decisione che si può solo definire razzista. La famiglia Zbaidat nel 2007 ha presentato una petizione all’Alta Corte di giustizia che ha condannato la decisione del comitato di approvazione di respingere la sua domanda come razzista e una violazione dei diritti umani fondamentali e ha criticato la decisione dell’Israel Land Authority di concedere ai comitati d’approvazione l’autorità di negare ai cittadini arabi l’accesso al 70% delle città del paese.

Nel 2011, e dopo che l’Alta Corte aveva fatto le sue osservazioni circa l’illegittimità della decisione 1015 e i successivi emendamenti, il governo israeliano ha fatto un passo cautelativo con la preparazione di un progetto di legge dal titolo “Modifica alla legge sulle cooperative (n° 8) – I comitati di approvazione”. In questo modo, il governo ha legittimato i comitati di approvazione e conferito loro uno status legale. In seguito, l’Adalah Center – il gruppo legale per i diritti della minoranza araba in Israele – ha presentato una petizione contro questo emendamento all’Alta Corte di giustizia. Tuttavia, nel 2014 l’Alta Corte ha respinto il ricorso e ha dichiarato che la legge che si propone di realizzare – a tutti gli effetti un progetto di Apartheid – è costituzionale.

Quello che succede all’interno di Israele – la Palestina del 1948 – non è solo discriminazione nei confronti di una parte dei cittadini del paese; è chiaramente anche la realizzazione di un progetto di Apartheid. “Apartheid Israel” non è solo un altro slogan politico; è la realtà della vita di tutti i giorni nello stato sionista.

Traduzione Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte: https://www.middleeastmonitor.com/20161208-apartheid-israel-is-not-just-a-political-slogan-it-is-a-daily-reality/

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