Lo spettro jihadista che s’aggira fra noi

verso-mosul

24 novembre 2016, Enrico Campofreda.

Prendere Mosul e poi? Al di là del fronte composito anti Isis che persegue interessi differenti sia sul terreno locale sia su quello dell’ampia area regionale, gli analisti si domandano quali potranno essere gli sviluppi del disegno fondamentalista del Daesh.

Il Califfato teorizzato da Al Baghdadi, materializzatosi dal 2014 nei territori siriani frantumati dalla guerra civile e nell’area settentrionale irachena, appunto attorno a Mosul, ha subìto dal gennaio scorso un ridimensionamento calcolato in 13.000 kmq di territorio perduto a favore dell’esercito iracheno, delle milizie peshmerga di Barzani, delle Unità di protezione del popolo e delle donne del Rojava, delle truppe lealiste di Damasco, dell’esercito turco. Appoggiate, secondo logiche geopolitiche e alleanze, da altro combattentismo (Pkk, Hezbollah, battaglioni Al-Quds, Hashed al-Shaabi) cui si sono aggiunti gli strategici raid aerei statunitensi e russi. Questi attacchi hanno messo in seria difficoltà i miliziani del Califfo che non posseggono strumenti per contrastare gli assalti dal cielo e hanno preparato quelle offensive di terra che, come per la località di Manbij, hanno tagliato le vie di comunicazione da Raqqa alla frontiera turca da dove affluivano numerosi foreign fighters. I combattenti stranieri, un esercito di circa 30.000 uomini impegnato nel Daesh su descritto certamente retribuiti (visto che il Califfo vanta denari frutto del proprio commercio petrolifero, contrabbandi, donazioni, tassazioni) ma che non possono essere considerati semplicemente truppe mercenarie.

Gli aderenti alla causa hanno scelto la “guerra santa” per via politica o confessionale, e una volta sradicati dai territori in questione torneranno nei luoghi d’origine. Tunisia e Marocco oppure Bosnia e Albania. E ancora Francia, Germania, Belgio, Inghilterra, Paesi Bassi perché molti sono giovani europei di seconda e terza generazione che hanno abbracciato jihad e imbracciato kalashnikov. Ci si chiede quali saranno i ruoli cui punteranno in base a logiche individuali, da cosiddetti lupi solitari, oppure indotti e organizzati come la cellula di Molenbeek. Ovviamente se ne stanno interessando le Intelligence, ma se tutto resta circoscritto a un programma di repressione e prevenzione, soprattutto per ciò che s’è visto nei mesi a ridosso degli attentati francesi coi Servizi di Parigi e Bruxelles tutt’altro che attivi e collaborativi, i cittadini e gli stessi governi non dovrebbero vivere giorni tranquilli. Fuori da allarmismi gli osservatori annotano che nonostante la creazione d’un territorio dove far sventolare i propri stendardi e applicare la Shari’a il numero di agguati rivolti ai Paesi Ocse è aumentato passando dai quattro del 2013 agli undici del 2015. E’ possibile che questa tendenza prosegua, facendo operare i propri militanti nelle mille contraddizioni del tessuto socio-politico occidentale che rifugge logiche d’inserimento e di accettazione della diversità islamica e pratica la sola via del controllo repressivo e dell’esclusione.

Naturalmente il conflitto col jihadismo non si combatte principalmente in Europa, dove esistono aree attualmente a basso impatto terroristico (penisola iberica, Svizzera, Austria, Ungheria, Polonia). Ma i conflitti alle porte sul Mediterraneo, la destabilizzata Libia e lo stesso Egitto, due nazioni dove eventi recenti hanno creato solo caos o iper repressione, attraggono entrambi le attenzioni dell’Isis. Dati forniti dall’Institute for Economics & Peace con sede a Sidney, indicano per il 90% azioni classificate come terroristiche nel sistema globale in aree dove turbolenze e instabilità politica sono di casa. La palma spetta, accanto alle citate Siria e Iraq, ad Afghanistan e Pakistan, allo Yemen e alla Nigeria. Quest’ultime nazioni sono state scelte dal jihadismo nella versione qaedista e di Boko Haram, due fenomeni ultimamente in ribasso, ma non azzerati, anzi. Taluni terreni di conflitto vengono conservati e rinfocolati da quelli che sono i deus ex machina mediorientali, le nazioni guida che cercano la supremazia nell’intera regione e che si scontrano in più luoghi: monarchia saudita e Iran post khomeinista. C’è di mezzo sunnismo e sciismo, ma non solo. Si affrontano e contrastano interessi economici energetici, geo strategie con tanto di collateralismi con le superpotenze seppure basati su alleanze tattiche che possono mutare o prendersi deroghe.

anyGli Stati Uniti, ad esempio, grandi amici di Riyad continuano a combattere quel qaedismo che la dinastia saudita foraggia, e che negli ultimi due anni con la sigla Ansar al-Sharia s’è ricavato il controllo di un’ampia fascia di territorio nella parte meridionale dello Yemen, dopo che il Paese è imploso sotto i colpi ribelli l’etnia houthi. E che, dopo il diretto intervento militare delle truppe saudite, sta conoscendo un conflitto etnico-religioso dietro il quale si scorgono esplicitamente i tutori. Se in Pakistan i dati dell’ultimo anno parlano a favore della scelta governativa di usare le maniere forti come unica soluzione per il jihadismo lì di matrice talebana (però la partita non è chiusa e la dissidenza dei Talib-i Tahereek sta a dimostrare come nulla sia pacificato e risolto), si può affermare che i migliori alleati del cosiddetto terrorismo sono le linee interventiste, le guerre d’occupazione mascherate da “missioni di pace”. Afghanistan e Iraq, insegnano. Ma un simile monito viene pure dalla Libia o dal citato Yemen. Talune considerazioni lanciate non da capi talebani, bensì dalla gente comune e da quegli attivisti schierati contro talib e signori della guerra, valutano molte peacekeeping come situazioni d’ingerenza e controllo o apertamente d’invasione conflittuale contro cui il jihadismo gioca la carta della resistenza verso l’occupazione straniera e viene percepito dalla popolazione come un combattente della libertà.

Esclusi i luoghi dove i mujaheddin della jihad lanciano quella che gli esperti definiscono la “capacità simmetrica” volta alla conquista di spazi fisici e territorio –   come nelle latitudini in cui i miliziani si sono insediati: le aree nigeriane, libiche, del Sinai, lì dove tuttora si dà battaglia (Siria, Iraq, Yemen) oppure si punta ad ampliare il controllo (province afghane) – tornerà in scena l’intenzione di conservare e sviluppare una “capacità asimmetrica” che è fisica attraverso gli attentati di matrice terroristica e con l’uso di kamikaze. Questi più che eliminare un gran numero di persone (sebbene le esplosioni della stazione di Atocha, i colpi del Bataclan, gli investimenti della Promenade des Anglais restino incubi collettivi), mirano a diffondere paura fra i colpiti e sensazionalismo fra cerchie sempre più vaste di pubblico. L’utilizzo della tecnologia della rete, la presenza nei social network, le competenze che permettono ai gestori di siti di collocarsi su piattaforme che sfuggono a pur serrati controlli delle polizie mondiali nel cyberspazio, mostrano una particolare attenzione alla linea della propaganda su cui l’Isis ha puntato moltissimo per creare una sorta di mito del proprio progetto politico e, al tempo stesso, ha attuato una meticolosa propaganda per la causa. E’ la versione digital d’un reclutamento che passa ancora per madrase e moschee, ma che trova un formidabile supporto nella tecnologia.

dubbio

Al di là del dubbio se alcune scene truculente di sgozzamenti, mostrate dai filmati, siano davvero avvenute sulle spiagge libiche o siano state riportate da altri scenari, oppure se anche certi video dell’Isis abbiano avuto una regia occidentale, come rivelato dal Bureau Investigative of Journalism in merito ai messaggi visivi di Qaeda risalenti a un decennio fa, esiste comunque una concreta rete del combattentismo jihadista armato anche sul fronte digitale. Sono attive piattaforme d’informazione e diffusione di messaggi divulgativi in venticinque lingue e soprattutto il racconto compiuto, centralmente da militanti o individualmente da simpatizzanti, risulta presente, agile, seguìto. Tutto ciò produce tuttora imitazione con cui, chi s’oppone a questo progetto, deve fare i conti. Nei pensieri della politica che lavora fianco a fianco con le Intelligence e cerca di distinguersi dalla semplice coercizione vecchio stile delle Rendition, che comunque non passano di moda, balenano progetti di deradicalizzazione per via istituzionale. L’intuizione ci fa pensare a una sorta di leggi sul pentitismo verso i miliziani che una volta catturati e messi alle strette da condanne estreme, nei Paesi democratici con procedure estranee da pene capitali, potrebbero introdurre una sorta di disinnesco di soggetti irriducibili. Ma questo deve fare i conti con la particolare ideologia di certo fondamentalismo islamico. E poi, non è detto che l’economia della guerra, con radici occidentali profondissime, non abbia bisogno del vituperato terrorista. Un nemico che in certe situazioni gli sa essere amico o un comodo attore.

articolo pubblicato su   http://enricocampofreda.blogspot.it

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