Solidarità con i prigionieri

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5 prigionieri politici palestinesi continuano lo sciopero della fame. Foto Samidoun.net

Lunedì 7 Novembre, Paola di Lullo

Dal 25 ottobre ad ieri, 6 novembre, Samer Issawi è stato di nuovo in sciopero della fame. Protestava per porre fine al maltrattamento delle donne palestinesi prigioniere nel centro di detenzione di Damon. Quando ha iniziato lo sciopero, Samer aveva chiesto il trasferimento delle donne prigioniere dal carcere di Damon ad un centro di detenzione più vicino ai tribunali militari in cui si svolgono i processi. Aveva chiesto anche che ai detenuti tutti fossero fornite adeguate cure mediche, che la ONG internazionale Medici Senza Frontiere (MSF) avesse il permesso di far loro visita, e che potessero ricevere le visite dei propri familiari.

Il presidente del Comitato Palestinese per gli Affari dei Prigionieri, Issa Qaraqe, ha riferito che Samer al-Issawi, rinchiuso nel carcere Nafha in Israele, ha concluso il suo sciopero della fame ieri, dopo aver raggiunto un accordo con i funzionari dell’Israeli Prisoners Service (IPS). Costoro hanno accettato di trasferire tutte le donne palestinesi prigioniere dal carcere di Damon a quello di Hasharon, che si trova più vicino ai tribunali israeliani in cui le detenute affrontano i processi.

L’accordo salva le detenute palestinesi da “le ore di sofferenza patite durante i trasferimenti da Damon ai tribunali israeliani per le loro udienze”, ha aggiunto Qaraqe.

L’accordo prevede, inoltre, che quando le detenute palestinesi verranno portate presso i tribunali israeliani per le udienze non dovranno più fermarsi nella prigione di Ramla, cosa che avveniva regolarmente in precedenza.

Qaraqe ha aggiunto che l’IPS ha anche “promesso” di riconsiderare il divieto di visita, per motivi di sicurezza, per le famiglie palestinesi con figli nelle carceri israeliane.

samer-issawiChi non ricorda Samer Issawi? Come dimenticare l’uomo che divenne, nel 2013, il simbolo della lotta e della resistenza palestinese? La sua risposta ad Israele “O libertà o morte” divenne virale, spingendo associazioni per i diritti umani di tutto il mondo e persino Amnesty International ad occuparsi del suo caso ed a richiedere la sua liberazione. Israele gli aveva offerto la scarcerazione dietro cauzione o il confino nella Striscia di Gaza. Ma la risposta di Samer “Sono di Gerusalemme e lì voglio tornare, o preferisco morire” spinse Israele a cedere. Samer affrontò 277 giorni di sciopero della fame, patendo dolori fisici atroci che inevitabilmente deteriorarono e compromisero la sua salute in modo permanente, prima della scarcerazione.
Samer Issawi, membro del Fronte Democratico di Liberazione della Palestina, fu arrestato la prima volta nel 2002 e condannato a 26 anni di carcere per presunte attività armate con il Fronte Democratico. Tornato in libertà grazie allo scambio dei prigionieri Palestinesi con il soldato israeliano Shalit, avvenuto nell’autunno del 2011, fu nuovamente arrestato nel 2012 per essersi recato in Cisgiordania, violando i termini della sua scarcerazione che gli imponevano di non uscire da Gerusalemme. Israele accusava Issawi di essere andato in Cisgiordania allo scopo di «mettere in piedi una cellula armata», ma il palestinese ha sempre negato con decisione, ripetendo di essere uscito da Gerusalemme al solo scopo di riparare la sua automobile. Qualche mese dopo l’arresto e, precisamente, nell’agosto 2012, cominciò uno sciopero della fame conclusosi solo 277 giorni dopo.

IL PIÙ LUNGO SCIOPERO DELLA FAME MAI SOSTENUTO DA ESSERE UMANO. Israele gli aveva proposto di essere liberato su cauzione o di essere “deportato” nella Striscia di Gaza. Samer Issawi ha sempre respinto seccamente, affermando più volte di essere pronto a morire se non fosse stato liberato nella sua città, Gerusalemme. Il 4 marzo 2013, Samer scriveva : “Io non sono il primo membro della mia famiglia ad essere incarcerato, nella lunga marcia del mio popolo verso la libertà. Mio nonno, uno dei membri fondatori dell’OLP, è stato condannato a morte dalle autorità del Mandato Britannico, le cui leggi sono utilizzate da Israele ancora oggi per opprimere il mio popolo, ed è riuscito a fuggire poche ore prima che fosse eseguita la sentenza. Mio fratello, Fadi, è stato ucciso nel 1994, all’età di soli 16, dalle forze israeliane durante una manifestazione in Cisgiordania dopo il massacro della Moschea di Ibrahim a Hebron. Medhat, un altro fratello, ha trascorso 19 anni in carcere. I miei fratelli, Firas, Ra’afat e Shadi sono stati ciascuno imprigionati da cinque a 11 anni. Mia sorella, Shireen, è stata arrestata più volte ed ha trascorso un anno in prigione.

La casa di mio fratello è stata distrutta. A casa di mia madre l’acqua e l’elettricità sono state tagliate. La mia famiglia, insieme con le persone della mia amata città di Gerusalemme, è continuamente perseguitata e attaccata, ma continua a difendere i diritti dei palestinesi e i prigionieri…. La mia salute è peggiorata notevolmente, ma continuerò il mio sciopero della fame fino alla vittoria o al martirio.”
E poi, ancora, del 9 aprile 2013, la bellissima lettera scritta ad Israele ed agli israeliani :

“Israeliani, sono Samer Issawi in sciopero della fame da otto mesi consecutivi, attualmente ricoverato in uno dei vostri ospedali chiamato Kaplan. La mia situazione è monitorata 24 ore su 24 grazie ad un dispositivo medico che è stato inserito sul mio corpo. I miei battiti cardiaci sono rallentati e il mio cuore può cessare di battere da un momento all’altro. Tutti – medici, funzionari e ufficiali dell’intelligence – attendono la mia resa e la mia morte. Ho scelto di rivolgermi a voi intellettuali, scrittori, avvocati, giornalisti, associazioni e attivisti della società civile per invitarvi a farmi a visita, in modo tale che possiate vedere ciò che resta di me, uno scheletro legato ad un letto d’ospedale, circondato da tre carcerieri esausti che, a volte, consumano le loro vivande succulente, in mia presenza. I carcerieri osservano la mia sofferenza, la mia perdita di peso e il mio graduale annullamento. Spesso guardano i loro orologi e si chiedono a sorpresa: come fa questo corpo così martoriato a resistere dopo tutto questo tempo? Israeliani, faccio finta di trovarmi innanzi ad un intellettuale o di parlare con lui davanti ad uno specchio. Vorrei che mi fissasse negli occhi e osservasse il mio stato comatoso, vorrei rimuovere la polvere da sparo dalla sua penna e il suono delle pallottole dalla sua mente, in modo tale che egli sia in grado di scorgere i miei lineamenti scolpiti in profondità nei suoi occhi. Io vedo lui e lui vede me; io lo vedo nervoso per le incertezze future, e lui vede me, un fantasma che rimane con lui e non lo lascia. Potete ricevere istruzioni per scrivere una storia romantica su di me, e lo potreste fare facilmente. Dopo avermi spogliato della mia umanità, potrete descrivere una creatura che non possiede null’altro che una gabbia toracica, che respira e soffoca per la fame, perdendo di tanto in tanto coscienza. Ma, dopo il vostro freddo silenzio, il racconto che parla di me, non sarà null’altro che una storia letteraria o mediatica da aggiungere al vostro curriculum, e quando i vostri studenti diventeranno adulti crederanno che i Palestinesi si lasciano morire di fame davanti alla spada dell’israeliano Gilad e voi potrete rallegrarvi per questo rituale funebre e per la vostra superiorità culturale e morale. Israeliani, Io sono Samer Issawi il giovane “Araboush” come mi definisce il vostro gergo militare, l’Uomo di Gerusalemme che avete arrestato senza accusa, colpevole solo di essersi spostato dal centro di Gerusalemme verso la sua periferia. Io sono stato processato due volte senza alcuna accusa perché nel vostro Paese sono le leggi militari a governare e i servizi segreti a decidere mentre tutti gli altri componenti della società israeliana devono limitarsi a trincerarsi e nascondersi dietro quel forte che continua ad essere chiamato purezza di identità – per sfuggire all’esplosione delle mie ossa sospette. Non ho udito neanche uno di voi intervenire per tentare di porre fine allo squarciante gemito di morte. È come se ognuno di voi – il giudice, lo scrittore, l’intellettuale, il giornalista, l’accademico, il mercante e il poeta – si fosse trasformato in un affossatore e indossasse una divisa militare. E stento a credere che una società intera sia diventata spettatrice della mia morte e della mia vita e protettrice dei coloni che hanno distrutto i miei sogni insieme agli alberi della mia Terra. Israeliani, morirò soddisfatto e avendo soddisfatto gli altri. Non accetto di essere portato fuori dalla mia patria. Non accetto i vostri tribunali e le vostre leggi arbitrarie. Dite di aver calpestato e distrutto la mia Terra in nome di una libertà che vi è stata promessa dal vostro Dio, ma non riuscirete a calpestare la mia nobile anima disobbediente. La mia anima si è risanata, si è liberata e ha celebrato il tempo che le avete tolto. Forse capite che la consapevolezza della libertà è più forte di quella della morte… Non date ascolto a quei luoghi comuni, ormai obsoleti perché lo sconfitto non rimarrà sconfitto in eterno così come il vincitore non resterà un vincitore in eterno. La storia non si misura solo attraverso battaglie, massacri e prigioni ma anche e soprattutto dal sentirsi in pace con gli Altri e con se stessi. Israeliani, Ascoltate la mia voce, la voce dei nostri tempi, nonché la vostra voce! Liberate voi stessi dell’eccesso avido di potere! Non rimanete prigionieri dei campi militari e delle sbarre di ferro che hanno serrato le vostre menti! Io non sono in attesa di essere liberato da un carceriere ma sto aspettando che voi vi liberiate della mia memoria.”

Il 23 aprile 2013 l’accordo : la sospensione dello sciopero della fame ed altri 8 mesi di prigionia, in cambio della liberazione, che arrivò il 23 dicembre 2013. Samer fu portato in trionfo a casa sua, nel quartiere di Issawiya, il suo villaggio vicino Gerusalemme.
La pace durò poco. Nel marzo 2014 veniva arrestata la sorella Shireen, al sua più accanita sostenitrice, ed il fratello Shadi, poi liberato. Pochi giorni dopo toccò a Medhat ed il 23 giugno di nuovo a lui. La notizia ghiacciò tutti. Ma ancora più scalpore fece la condanna, emessa contro di lui dal tribunale militare di Ofer, il 10 magio 2015, a 30 anni di reclusione.
Shireen fu accusata di aver favorito, quale avvocato, lo scambio di informazioni tra prigionieri in carcere. Attiva prevalentemente nella documentazione e nella denuncia della situazione dei detenuti Palestinesi, soprattutto dei bambini e delle donne, sempre in prima linea contro le violazioni dei diritti umani, Shireen balzò agli “onori delle cronache” quando divenne una spina nel fianco per Israele, a causa della sua campagna mediatica mondiale in supporto del fratello Samer.

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Samer, Shireen e Medhat sono ancora in carcere. Eppure, eppure tutto tace. Tutti tacciono. Dove sono adesso le manifestazioni, le campagne, le mobilitazioni per Samer ed i suoi fratelli? Si sta aspettando che quest’uomo sia ancora in pericolo di vita prima di intervenire? Perché? Perché sarebbe più trendy? Perché non è abbastanza? Perché, al di là della sua storia personale, che lo ha reso un simbolo, non è anche uno dei tanti prigionieri politici palestinesi, circa 7.000, rinchiusi in un carcere israeliano, in palese violazione dell’Art. 76 della IV Convenzione di Ginevra?* Perché non sono sufficienti le umiliazioni, le privazioni, le torture, fisiche e psicologiche, cui i prigionieri palestinesi tutti, bambini inclusi, sono sottoposti dal governo israeliano, per alzare la voce? Bisogna attendere che qualcuno di essi rischi la propria vita e diventi “famoso” prima di ribellarsi? Allora possiamo tacere. Lo sciopero è finito. Può calare il sipario.

 

Fonti.

http://www.maannews.com/Content.aspx?id=773791

http://www.maannews.com/Content.aspx?id=773855

Five Palestinian prisoners continue on hunger strike after three prisoners conclude strikes with agreements

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19490188/index.html

 

Approfondimenti

*Articolo 76
Le persone protette imputate saranno detenute nel paese occupato e, se sono condannate, dovranno scontarvi la loro pena. Esse saranno possibilmente separate dagli altri detenuti e sottoposte a un regime alimentare e igienico sufficiente per mantenerle in buono stato di salute e corrispondente almeno al regime degli stabilimenti penitenziari del paese occupato.
Esse riceveranno le cure mediche richieste dalle loro condizioni di salute.
Esse saranno parimente autorizzate a ricevere l’aiuto spirituale che potessero chiedere.
Le donne saranno alloggiate in locali separati e sottoposti alla sorveglianza immediata di donne.
Sarà tenuto conto del regime speciale previsto per i minorenni.
Le persone protette detenute avranno il diritto di ricevere la visita dei delegati della Potenza protettrice e del Comitato internazionale della Croce Rossa, conformemente alle disposizioni dell’Art. 143.
Inoltre, esse avranno il diritto di ricevere almeno un collo di soccorso al mese.

Art. 143
I rappresentanti o i delegati delle Potenze protettrici saranno autorizzati a recarsi in tutti i luoghi dove si trovano persone protette, specialmente nei luoghi d’internamento, di detenzione e di lavoro.
Essi avranno accesso a tutti i locali utilizzati dalle persone protette e potranno intrattenersi con queste senza testimoni, ove occorra per il tramite di un interprete.
Tali visite potranno essere proibite soltanto per impellenti necessità militari ed unicamente in via eccezionale e temporanea. La loro frequenza e durata non potranno essere limitate.
Ai rappresentanti e ai delegati delle Potenze protettrici sarà lasciata piena libertà nella scelta dei luoghi che desiderano visitare. La Potenza detentrice e occupante, la Potenza protettrice e, se è il caso, la Potenza d’origine delle persone da visitare potranno mettersi d’accordo perchè compatrioti degli internati siano ammessi a partecipare alle visite.
I delegati del Comitato internazionale della Croce Rossa fruiranno delle stesse prerogative. La designazione di questi delegati sarà sottoposta al gradimento della Potenza alla cui autorità sono soggetti i territori dove essi devono spiegare la loro attività.

 

 

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