QUESTO “MODELLO ISRAELIANO” DI LOTTA AL TERRORISMO CHE AFFASCINA POLITICI E MEDIA FRANCESI

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Prigioniero legato nella posizione “della banana”, tortura praticata correntemente dalla sicurezza israeliana. Porprage 2006

di Sylvain Cypel, 19 settembre

Come lottare contro il terrorismo? Applicando il modello israeliano, ripetono all’infinito certi politici e giornalisti francesi. Eppure, ci sono pochi paesi in cui si vive da così tanto tempo con così poca sicurezza come Israele.

L’attentato di Nizza che ha causato la morte di 86 persone e fatto 434 feriti il 14 luglio 2016 ha legittimamente scatenato un dibattito su come scongiurare tali spaventosi eventi. Abbiamo visto in questa occasione un moltiplicarsi di dichiarazioni che evocano il “modello israeliano”. Non è stata un’ondata dilagante, ma un ritornello ostinato che ha cominciato a mettere radici. Il giorno dopo l’attentato, radio RTL ha fatto una lunga intervista all’ambasciatrice di Israele in Francia. Il quotidiano liberale online Contrepoints si è specializzato nel promuovere “soluzioni israeliane.” Ha intervistato a lungo Corinne Sauer, del Jerusalem Institute for Market Studies, su quanto possa essere adeguato il “metodo israeliano”. Tre giorni dopo, si è posto lui stesso la domanda: “Lotta al terrorismo: verso il modello israeliano?” Con il sottotitolo: “In questo nuovo contesto di terrorismo si dovrebbe guardare ad un nuovo modello di sicurezza?”
Il 18 luglio l’Express titolava: «Perché Israele è un modello in materia di lotta contro il terrorismo.” Poco dopo Harold Hauzy, consulente per le comunicazioni del primo ministro Manuel Valls, andava in estasi su Twitter per un reportage di France 2 sui metodi israeliani adottati per preparare la popolazione a fronteggiare la minaccia terroristica. E l’ex ministro della Difesa francese, Herve Morin, auspicava di “israelizzare la nostra sicurezza”. Al che l’ambasciata israeliana a Parigi divulgava il 22 luglio un piccolo opuscolo intitolato “L’esempio israeliano di fronte alla minaccia terrorista”, dove non nasconde la propria soddisfazione nel vedere finalmente i media francesi prendere coscienza del problema affrontato da tanto tempo nel suo paese e dell’esperienza israeliana. Più recentemente, l’ex giudice antiterrorismo Marc Trevidic ha spiegato a sua volta su Marianne che “di fronte al terrorismo, occorre avere riflessi all’israeliana”.

UN’ESPERIENZA MOLTO LUNGA

Riconosciamo prima di tutto che gli israeliani hanno effettivamente una lunga esperienza in materia. Sono dei tali campioni nella lotta contro il terrorismo! Prima ancora del maggio 1948 i coloni ebrei l’hanno affrontata e la creazione dello Stato di Israele non ha cambiato nulla: cento anni di lotta contro il terrorismo non sono bastati per venirne a capo. Con periodi di forte crescita e altri di minore intensità, il “modello” israeliano ha convissuto con quello che ha sistematicamente designato come “terrorismo”, definito prima “arabo” poi “palestinese”, quasi ininterrottamente dagli anni ’20. Al punto che oggi non c’è più “esperto” israeliano che si avventuri a proporre un metodo per “sconfiggere” il terrorismo. Tutt’al più si tratterà di padroneggiarlo al meglio.
La prima lezione del “modello” israeliano è che “il terrorismo”, categoria senza altra caratterizzazione politica, è come la malaria, una sorta di malattia che si manifesta in maniera ricorrente che si può più o meno ben curare regolarmente, ma di cui non potremo mai sbarazzarci e con la quale bisognerà convivere ad vitam aeternam, almeno nel mondo così com’è. Poiché gli insegnamenti di tutta la letteratura che si appoggia al “modello israeliano di antiterrorismo” sono sempre gli stessi:
A) Il terrorismo è un’entità uniforme e identica in tutti luoghi e tutte le circostanze. L’organizzazione dello Stato Islamico (OEI), Hamas palestinese come ieri Fatah, Al-Qaida, Hezbollah sciita, ecc., tutto questo risulta far parte della stessa categoria “terrorista” e, come direbbe Manuel Valls, voler comprendere meglio le differenze è illusorio perché “spiegare, è già chiedere scusa.”
B) Il terrorismo non è un fenomeno passeggero ma permanente, dobbiamo imparare a conviverci nel miglior modo possibile.
C) La “lotta contro il terrorismo” è un problema tecnico, non è altro che questo. Se adottiamo l’approccio giusto e ci si dota di mezzi adeguati, riusciremo a farlo regredire se non definitivamente, almeno in maniera notevole.
Ovviamente, non più di quanto affrontino la spiegazione politica del terrorismo e ancor meno il contesto che lo produce, i propagandisti del “metodo” israeliano quasi mai sollevano la questione della legittimità dei mezzi usati da Israele. In genere, la questione semplicemente non è citata. A volte obbligati a rispondere giustificano questi mezzi con un: non si fa una guerra senza rompere delle uova.

IN VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Spesso, quindi, il suddetto “modello” israeliano si riduce per i commentatori al “coinvolgimento” della società civile a fianco delle forze dell’ordine e alla sua disponibilità ad accettare limitazioni delle proprie libertà civili per combattere meglio il terrorismo. L’articolo de L’Express citato è uno dei modelli del genere: “La politica israeliana di lotta al terrorismo si basa sia su una strategia difensiva (zone di sicurezza, recinzioni, posti di blocco militari …) e offensiva (infiltrazione, arresti preventivi, omicidi mirati …)”. D’altronde “la sensibilizzazione e la resilienza del grande pubblico sono una carta vincente”, spiega un “esperto” israeliano sul settimanale, vantando la “cultura della responsabilità” della sua popolazione.
Alla presente descrizione, curiosamente, manca un elemento chiave: il mantenimento di un popolo – i palestinesi – in uno stato di totale sottomissione e dipendenza, che è diventato sia la spiegazione della ricorrente emergenza terrorismo proveniente dal suo interno, sia l’elemento essenziale della politica di prevenzione al suo espandersi. Per combattere il “terrorismo”, vale a dire in realtà, ogni tendenza – terrorista o meno – di un popolo a ribellarsi all’oppressione, Israele non ha mai cessato di violare il diritto internazionale.
Pertanto il metodo sistematicamente applicato dall’esercito israeliano consiste nel distruggere le case delle famiglie dei terroristi: una punizione collettiva severamente vietata dalle convenzioni di Ginevra, che tuttavia ha iniziato ad essere attuata sin dalle prime manifestazioni di resistenza all’occupazione dei territori palestinesi nel giugno 1967.
Sorvoliamo pure sul fatto che queste punizioni non sono altro che pura vendetta: non hanno comunque mai impedito ad un qualsiasi giovane palestinese, soprattutto se la sua famiglia le ha subite, di darsi al terrorismo. Così come gli omicidi, mirati o meno commessi dall’esercito, sono un terreno estremamente fertile per portare questi giovani a buttarsi in un’ “azione militare”, spesso inutile considerato il rapporto di forze.
E così anche la tortura, praticata dall’inizio dell’occupazione nel 1967 e a lungo ampiamente utilizzata, soprattutto nella prigione segreta di intelligence militare, il campo 1391, dove anche ai parlamentari israeliani era vietato l’ingresso. La tortura continua ad essere praticata ad un livello più modesto, secondo il Comitato pubblico contro la tortura in Israele, ma non si è mai fermata.
E poi ancora le famose “detenzioni amministrative”. Sono autorizzate dalle “regole di difesa in stato d’emergenza” ereditate direttamente dalle regole dell’esercito britannico che le ha utilizzate sistematicamente fino al ritiro delle sue forze nel 1948. Queste regole britanniche furono immediatamente inserite dal nuovo Stato d’Israele nel suo arsenale legislativo di sicurezza. Contrariamente a tutte le norme del diritto internazionale attuale, permettono tra l’altro di detenere chiunque, non solo senza processo, ma soprattutto senza un capo d’accusa né limiti di tempo. Basta che un giudice convalidi periodicamente l’estensione di questa detenzione, cosa che i giudici israeliani hanno sempre fatto.

UNA GUANTANAMO CHE NON DICE IL SUO NOME

In poche parole si tratta di una Guantanamo che non dice il suo nome. Dal 1948 queste regole sono state applicate in un primo tempo contro i cittadini arabi israeliani “sospettati” di sostenere la causa palestinese, poi dal 1967 in modo massiccio contro i palestinesi dei Territori occupati. Sono state introdotte nell’arsenale militare israeliano (Gerusalemme Est inclusa, anche se formalmente annessa da Israele).
Alla fine di aprile 2016, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem contava 692 palestinesi in detenzione amministrativa, tra cui 2 donne e 13 minori. Questo numero ha superato i 2.000 al mese nel periodo 2006-2008. Si stima che in quasi 50 anni di occupazione, dei circa 800.000 palestinesi che sono stati arrestati da un momento all’altro, decine di migliaia hanno subito queste detenzioni amministrative per periodi che vanno da sei mesi a più di cinque anni (1). Alcuni attivisti le hanno subite più volte.
La lotta antiterrorismo include ancora una serie di misure di dislocazione della società palestinese, tra cui il “muro di separazione”, dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, e le innumerevoli misure studiate apposta per ostacolare al massimo la vita quotidiana e l’attività dei palestinesi sono le manifestazioni più spettacolari. E in situazioni estreme l’intera popolazione è equiparata ai terroristi. Nella seconda Intifada nell’aprile del 2002, durante l’operazione “Remparts” condotta in nome della “lotta al terrorismo” l’esercito israeliano rinchiuse in un colpo solo per “controlli” più o meno duraturi decine di migliaia di uomini palestinesi in età compresa tra 14 e 45 anni.
Così il “modello” antiterrorismo israeliano non si riduce a una migliore sorveglianza in aeroporti e luoghi pubblici, né ad un’accettazione volontaria di vari tipi di limitazioni da parte della popolazione (ebrea israeliana, perché i palestinesi di Israele sono già oggetto da parte dei poteri pubblici di un monitoraggio di sicurezza obbligatorio). Questo modello è parte di ciò che l’antropologo statunitense-israeliano Jeff Halper chiama “la matrice dell’occupazione”: un sistema ponderato, sofisticato e costantemente migliorato per mantenere tutta una popolazione in stato di dipendenza e di impotenza – impotenza politica per portare al successo le proprie ambizioni nazionali e incapacità quotidiana di condurre una vita normale.
Un “modello” che tuttavia contribuisce in modo significativo a favorire la disperazione e quindi il terrorismo che ne deriva. Abbiamo potuto constatarlo di recente con la cosiddetta “intifada dei coltelli”, dove giovani palestinesi, esasperati dall’umiliazione e dall’impotenza a eliminarla, si sono precipitati ad attaccare soldati o coloni israeliani con coltelli, forbici o cacciaviti.

LEGITTIMARE LA REPRESSIONE COLONIALE

Sarebbe dunque il caso che quando le autorità francesi vantano il “modello israeliano” di lotta al terrorismo, precisassero un po’ il loro pensiero. Intendono istituire campi di detenzione per internare i “sospetti” ad libitum senza che ci sia la necessità di giustificare la loro detenzione? E quale sarebbe la popolazione presa di mira per la realizzazione in Francia del “modello israeliano”? Intendono sottoporre alcuni sobborghi detti “sensibili” alle “norme” che gli israeliani infliggono ai palestinesi occupati da quasi cinquant’anni (pattuglie militari, coprifuoco, divieto di usare le strade riservate ai non palestinesi, rifiuto di concedere permessi di costruzione, etc.)? Si tratterebbe forse di distruggere sistematicamente le case delle famiglie dei terroristi per metterle in strada? Vogliamo di nuovo riammettere la tortura come mezzo legittimo in questa nuova “guerra contro il terrorismo”, che si è intrapresa a Parigi?
In realtà in questa “guerra” Israele adotta, a dirla tutta, metodi già ampiamente utilizzati da altri nella storia, in particolare dalle potenze coloniali. Le detenzioni senza motivo, accusa né processo per un periodo indefinito è stata moneta corrente nella “politica antiterrorismo” britannica durante il suo impero, come altre “misure d’emergenza” della stessa risma. In Palestina prima del 1948, le vittime erano per lo più palestinesi. Ma queste pratiche furono ugualmente utilizzate contro gli yishuv sionisti (2). Un futuro primo ministro israeliano, Yitzhak Shamir, allora qualificato come “terrorista” da parte delle forze di occupazione britanniche per le sue attività alla testa di un gruppo armato (Lehi, o Banda Stern) fu lui stesso deportato in Eritrea sulla base di queste “regole d’emergenza”.

Le stesse regole sono stati poi utilizzate da Israele per espellere migliaia di palestinesi.
Quanto alla tortura e ad altre modalità di azioni illegali, furono praticate da molti altri prima che se ne facesse uso in Israele. A questo proposito, il nostro paese non ha bisogno di andare a copiare il “modello israeliano”. Il passato francese, in particolare in Algeria dove pure lì imperversavano terribili “terroristi” aspiranti ad ottenere l’indipendenza, sarebbe più che sufficiente. Questo stesso passato d’altronde è stato utile alle forze di occupazione israeliane nei Territori occupati. Il film di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri, che evoca lo scontro (torture incluse) tra i paracadutisti francesi e i cosiddetti “fellagas”, come i militari chiamavano i combattenti per l’indipendenza algerina, è stato mostrato nelle scuole per ufficiali israeliani per illustrare la lotta di antiterrorismo in ambiente urbano …
In breve, se si tratta di legittimare di nuovo l’uso di mezzi coloniali di repressione, non c’è che dirlo. E non c’è bisogno di fare riferimento a Israele, il passato francese ha fatto un buon lavoro.

 

(1) Il miglior articolo sul soggetto è quello dell’associazione giuridica Adameer, uscito nel dicembre 2015, «Administrative Detentions»
(2) Il termine “yishouv” ha diverse accezioni in ebraico. In particolare significa “installazione”, o “innesto”. E’ stato utilizzato dal movimento sionista per designare la popolazione ebrea installata nella Palestina mandataria prima del 1948.

 

trad. Simonetta Lambertini

fonte: http://orientxxi.info/magazine/ce-modele-israelien-de-lutte-contre-le-terrorisme-qui-fascine-politiciens-et,1480?var_mode=calcul

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