Shatila 5 anni dopo

Anna Maria Godot Brancato, LUNEDÌ 29 AGOSTO 2016

 

 

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La prima impressione è stata che nulla fosse cambiato da cinque anni fa. Quella subito successiva è stata notare come le cose effettivamente fossero peggiorate. Mi è bastato davvero poco per intuire come il grigiore già tipico di questo posto, fosse diventato ancora più cupo. Non esiste un centimetro di strada che non sia occupato. Da persone, animali, cose, macchine, moto, carrozze, negozi, mobili, spazzatura, fili, tubi, persino cavalli. Gli odori e i rumori sono sempre gli stessi. Li ricordavo bene. Solo un tantino amplificati, visto il moltiplicarsi delle “cose”.

In casa mi accolgono alcuni cambiamenti, migliorie.. tranne che per l’acqua salata dai rubinetti, che ormai è diventata la regola per quasi tutti quelli che non possono permettersi di comprare dell’acqua dolce e pulita. La corrente elettrica è quanto di più instabile possa esserci. Va..viene…torna e di nuovo si spegne tutto.. l’irrisolto problema libanese.

La gente è la stessa e non nascondo un certo piacere a ritrovare alcuni tra i miei intervistati che si ricordano e mi salutano con affetto. O alcuni compagni che pensano sia un onore per me sentirmi salutare con un “buongiorno Aldo Moro!”. La famiglia è la stessa e io mi sento ancora più a casa con tutti, nonna compresa che, proprio come se fosse la mia di nonna, mi invita a prendere tutto ciò che voglio dal suo negozio. Nonno invece non c’è più e la mancanza si sente. Mi fece il più bel regalo quando me ne andai la prima volta e non posso ricordarlo che nel migliore dei modi.. Shatila è indescrivibile.

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Quando mi chiedono “bè come stai a Shatila” penso di cambiare espressione. Non trovo le parole. Non si trovano le parole. E anche ora mi riesce difficile esprimere ciò che da giorni sto provando e pensando. E mi fermo un minuto, per capire se sia il caso di dire quello che penso. Perché non voglio ferire niente e nessuno. Ma poi sento di avere il bisogno di condividere e di confrontarmi sulla mia opinione. Ne ho parlato principalmente con persone che potessero capire l’inglese, perché dovevo esprimermi al meglio e sentirmi dire “hai perfettamente ragione”. Non è solo il caos a fare da padrone. Non è il rumore incessante (penso di aver sentito un lieve silenzio solo fra le 4 e le 5 del mattino, ma neanche tutti i giorni). È proprio “l’atmosfera”. È quello che da noi si rende con “c’è qualcosa nell’aria”. Quell’aria stagnante, propria di un campo profughi cresciuto nell’anarchia edile più totale; quell’aria che non passa, non circola, non cambia e non fa respirare. Di fatti il caldo appiccicoso di questi giorni è a dir poco insopportabile. E l’umido si mischia ad altro caldo e all’acqua salata sulla pelle, nelle mani, nei capelli. Questa aria che sbatte sulla vita delle persone. Immobili. I giorni passano, facendo niente.

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Si fanno le cose di casa, si va dal vicino o dal parente, si rimane seduti a fumare il narghilè. A bere litri di te o caffe. Si aspetta.. che passi il giorno e poi di nuovo. Chi ha un lavoro, o chi se lo è creato, ha parte del suo tempo da impiegare in quello. La donna ha da pensare alla casa, ai figli. E poi di nuovo ogni giorno come gli altri giorni. Il periodo di permanenza è più o meno lo stesso di cinque anni fa. Ma ricordo che cinque anni fa, passare 20 giorni di seguito al campo senza uscire non era una cosa che mi spaventava. Quest’anno si. Cinque anni fa, il campo volevo viverlo. E mi dava fastidio anche solo vedere la Beirut bene. Il contrasto. La città simbolo della Svizzera del Medio Oriente che nascondeva, quasi con vergogna, quella sua parte marginale, povera, relegata alla periferia. Vedere il mare mi dava sollievo. Ma non era importante.

Quest’anno ringrazio vivamente le ore che passo in archivio e attendo le 3 del pomeriggio un po’ con ansia. Programmo le giornate in modo da avere da fare e i miei week end sono stati pensati fuori dal campo. E ricordo le parole di chi un giorno di cinque anni fa mi disse: “chiamami quando vuoi, perché so che passare venti giorni chiusi al campo non è facile”. Non ho più quel numero… Shatila è sempre stata “il peggiore” tra i campi. Ci sono testimonianze, studi, statistiche. Mi dicono addirittura che sono in aumento i casi di malattie, tra cui anche depressione e malattie mentali. Ma ora Shatila è alla stregua di un esperimento sociale.

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Un kilometro quadrato racchiude un numero inestimabile di persone, composte da palestinesi ovviamente, libanesi scappati alla legge o che semplicemente non possono permettersi un affitto altrove, sudanesi, filippini, persone da qualsiasi posto al mondo. Ma la piaga peggiore è rappresentata dai siriani. Ed è questo il punto. Cinque anni fa avevano cominciato ad arrivare. Piccoli gruppi, piccoli nuclei familiari. Qualcuno si è poi spostato intuendo da subito le restrizioni di un governo già intollerante nei confronti dei palestinesi presenti. Ora la situazione è sfuggita di mano. I siriani sono ovunque. E, a quanto pare, sono abbastanza riconoscibili. Inizio a capire che un leggero astio si sta muovendo nei loro confronti, anche da parte palestinese, da alcune battute che si fanno a casa. Cose tipo: “non fanno altro che fare figli”, “sono tutti siriani adesso”, “che dialetto stai parlando? Siriano?”, “i siriani sono arrivati l’altro giorno e ora hanno anche l’ospedale privato” e altre ancora..

Mi faccio spiegare meglio la questione dell’ospedale: a quanto pare con i fondi della cooperazione internazionale di alcuni stati europei, è stato possibile costruire un ospedale che garantisce cure gratuite esclusivamente ai siriani. E questo ospedale è costruito proprio all’interno del campo. Personalmente credo che la misura possa essere letta in vari modi. Intanto, penso che sia una delle poche soluzioni rimaste. L’UNRWA, presente nei campi, è dalla sua nascita l’agenzia riservata solo ai palestinesi e non sarebbe assolutamente in grado di gestire anche l’emergenza siriana. Non lo è assolutamente. Non è in grado di gestire neanche i bisogni dei palestinesi già registrati, figuriamoci una nuova ondata di rifugiati. D’altra parte si può ben capire come un palestinese da generazioni “residente” in Libano e che si vede negare qualsiasi tipo di diritto possa reagire a un tale provvedimento. Ancora il lavoro e lo studio.

I siriani sembrano avere maggiori possibilità di inserimento a livello lavorativo rispetto a un palestinese. Ci sarebbero svariati esempi che mi sono stati raccontati e a cui attribuisco veridicità, trattandosi di persone fidate. I siriani hanno preso botteghe e negozi. Vendono di tutto, dai vestiti, alle lavatrici, alle cucine, ai telefoni. “Anna, huna kullu suriyyn”, mi dicono. E non si sente altro di aggressioni “un siriano sparato perché non voleva pagare”, “entrano a casa tua e ti rubano tutto, sono tutti siriani questi” e tante altre. “Succede anche in Italia, no vero?” ….. Shatila è un esperimento sociale. Ma è anche il più alto risultato ottenuto dalla politica israeliana. In un contesto simile non è semplice formare e formarsi una coscienza politica di qualsiasi genere, essendo l’individuo prima di tutto preoccupato e impegnato a procurarsi da vivere. La Palestina è relegata ad essere sicuramente il paese da cui si proviene; a cui si vorrebbe fare ritorno, non so quanto questo possa essere veramente legato a un reale senso di appartenenza, ma “per ora sono intrappolato qui e non mi resta che cercare di sopravvivere al giorno che segue”.

Shatila è l’esempio del tentativo di frammentazione della diaspora palestinese. È il posto in cui i palestinesi stessi non sono informati delle condizioni di vita degli altri palestinesi della diaspora. Non sanno come vivono in Egitto, non sanno come stanno a Gaza. Sono impegnati a vivere la propria sofferenza e la propria non vita. È il posto in cui si vuole riuscire a staccare i palestinesi dalle proprie origini, confondendole, mischiandole, coprendole dalle necessità impellenti della vita quotidiana che rimangono comunque insoddisfatte. Shatila è anche il posto in cui i palestinesi non vedono di buon occhio la presenza siriana intuendo, per esperienza, che non si tratta di un fenomeno passeggero ma di qualcosa di molto più duraturo e invadente. Non mi sento quindi di esagerare quando dico che sono spaventata. Quando penso che questo sentimento ambiguo nei confronti dei siriani (mi ricordo che in quei famosi cinque anni fa parlavamo di una “seconda, ma anche terza o quarta nakba”) sia estremamente pericoloso, da riportarmi alle cause dello scoppio della guerra civile libanese..

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Probabilmente, se scontro dovrà esserci, non sarà come quello che ha portato al massacro di Sabra e Shatila; probabilmente non interverrà direttamente l’esercito israeliano, ma starà dietro le quinte a dirigere tutto. Magari non ci sarà un massacro di quella portata, ma anche un episodio simile andrebbe letto come l’ulteriore tentativo, ahimè riuscito, di dividere i palestinesi al loro interno e i palestinesi dagli arabi. Quest’anno pure ho visto il mare, ma la sensazione non è stata proprio la stessa. Mi ha riportato alla mente immagine viste e riviste nelle foto e nei film dello sbarco dell’esercito israeliano nell’82. E proprio oggi ‘Imad, di ritorno a casa, passando sul lungo mare mi dice “shuf anna… l’esercito israeliano nell’82 arrivò da qua, dal mare. E poi su su su su su sino a Shatila… Biddek tsaure?”….

 

 

Le foto sono state selezionate dall’archivio fotografico di Invictapalestina e liberamente inserite nel testo..

Articolo pubblicato anche su: http://www.sardegnapalestina.org/shatila-5-anni-dopo/

Prima immagine Beirut – Centro.

Seguono scatti nel campo profughi di Sabra e Chatila 2004.

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