Prigione israeliana “come essere dentro una tomba”

La palestinese Amal al-Sada ha trascorso un anno in carcere per aver tentato di introdurre di nascosto una scheda SIM per il fratello in carcere. Nella foto di copertina: Amal al-Sada si dirige verso la sua casa in Halhul, Hebron, dopo essere stata rilasciata dal carcere.

By Zena Tahhan, 14 Aug 2016 10:44 GMT

simAmal al-Sada, una donna palestinese di Hebron di 28 anni, per più di un decennio ha visitato  il fratello maggiore in carcere,  poi ha deciso di rischiare introducendo di nascosto una scheda SIM per lui – inconsapevole del prezzo che avrebbe pagato per questo tentativo.

Dopo aver trascorso otto mesi agli arresti domiciliari nella zona di Kseifa del deserto del Negev, Sada nel mese di luglio 2015 è stata condannata a 14 mesi di carcere e una multa di circa  4.000 dollari, col divieto di non poter più  visitare  il fratello in carcere. A suo fratello, che stava scontando una pena di 17 anni con l’accusa di aver tentato di pugnalare un colono israeliano, sono stati inflitti altri tre anni di carcere.

Dopo la sua condanna, Sada è stata posta in isolamento per due settimane nella prigione di Ramle, poi è stata trasferita nella prigione di HaSharon per sei mesi, e, infine, al carcere di Damon per scontare il resto della sua condanna. È stata rilasciata la scorsa settimana, con circa  un mese di anticipo.

Al Jazeera ha parlato con Sada e della sua esperienza nel sistema carcerario israeliano.

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La famiglia di Sada l’accoglie nella sua casa, appesa al muro una foto del fratello in carcere [Foto per gentile concessione di Palestinian Prisoner’s Centre for Studies]
Al Jazeera: Ci puoi raccontare del tempo passato in isolamento?

Amal al-Sada: ero completamente isolata. Non ho visto né giorno né notte. E ‘stato come essere dentro una tomba.

Ho trascorso due settimane senza una doccia perché il bagno che avevo a disposizione era aperto e direttamente di fronte alla porta della cella, in modo da poter essere controllata e vista dalle guardie femminili anche durante la doccia. Non ho fatto la doccia per due settimane.

Ho rifiutato anche se la guardia mi ha imprecato  in ebraico  di fare la doccia chiamandomi  sudicia. Non ho nemmeno avuto alcun altro capo di abbigliamento per cambiarmi.

La parte più dolorosa è stata quando ho chiesto acqua. L’ho chiesta nel pomeriggio, e mi è stata portata a mezzanotte. Ho chiesto ripetutamente   senza alcun successo. Ho il diabete, e ho bisogno di acqua. Alla fine ho bevuto dal rubinetto del bagno.

Mi hanno molto umiliata.

Al Jazeera: Come sei stata trattata all’interno delle prigioni?

Sada: E’ stato difficile – molto difficoltoso. Ho affrontato l’umiliazione, la degradazione, la repressione e le molestie.

Come diabetica, sono stata portata  in una clinica tre volte al giorno per la somministrazione dell’insulina, con le mani ammanettate. Questa è stata la cosa più degradante per me –  dover andare e tornare dalla clinica con le mani ammanettate. La guardia carceraria non mi ha persa di vista per un solo secondo.

Sono stata esposta ad abusi psicologici e verbali, in particolare durante il tragitto andata e ritorno dalla clinica. Hanno fatto commenti sprezzanti su di me – parolacce che non dovrebbero essere dette a nessuno, e non mi permetterei mai di ripetere.

Il bosta [veicolo con vetri oscurati utilizzati per il trasferimento dei prigionieri] è già in sé  una tortura per il prigioniero.

Al Jazeera: Puoi descrivere la tua esperienza nel bosta?

Sada: L’interno del veicolo è suddiviso  in celle molto strette, c’è una sedia di metallo per sedersi, e la cella è così stretta che quando si sta seduti le ginocchia sbattono contro  la porta di metallo.

Si sta incatenati braccia e gambe da seduti. E’stato estremamente doloroso – una tortura in più, da aggiungere a tutte le torture che stavamo già vivendo.

I mezzi sono guidati con forza e velocità, senza alcun riguardo per i prigionieri. Ogni volta che si sterza a destra o a sinistra, i nostri corpi sbattono  contro le pareti di metallo.

Dentro è buio oltre ogni immaginazione – ci sono alcuni piccoli fori nella parte superiore in modo che se ti alzi, puoi a malapena a vedere la strada.

Dopo averci rinchiusi in ogni singola cella, le guardie entrano con tutte le loro armi e i loro cani poliziotto. Una puzza orribile. Ho viaggiato su questi mezzi quando ho fatto appello alla mia sentenza del tribunale, e quando sono stata trasferita da un carcere all’altro.

Al Jazeera: Quali sono state le condizioni di vita all’interno delle carceri?

Sada: Nella prigione di Damon, eravamo 18 donne in una stanza. Abbiamo condiviso un bagno. Ci hanno costruito un altro bagno, dopo averlo richiesto con una nostra lunga e difficile lotta.

I letti erano mezzo metro di larghezza, e non abbastanza  lungo. Io sono alta, troppo, così ho dovuto dormire in posizioni scomode e difficili a causa della mancanza di spazio.

Le camere non erano dotate di nessun tipo di sistema di riscaldamento. Dovevamo riscaldare l’acqua in una pentola e versare l’acqua in bottiglie di plastica che infilate in calzini tenevamo strette mentre dormivamo per sentire una sorta di calore.
Abbiamo anche acquistato coperte nel self-service con i nostri soldi.

Il cibo era OK. Portavano il pesce e la carne una volta alla settimana, cotoletta due volte a settimana, e qualche volta hanno portato polpette. Il cibo era cotto, ma era necessario ri-cuocere, perché di solito non era pulito o cotto a sufficienza.

Ogni ragazza riceveva un pezzo di frutta al giorno – soprattutto mele e pere.

Al Jazeera: Che cosa hai fatto per passare il tempo?

Sada: sono stata la responsabile della stanza. Ho passato il mio tempo assicurandomi che le ragazze avessero tutto il necessario, come il cibo.

Ho anche letto tanto e ho anche pregato. Ho memorizzato un sacco di brani del Corano. Durante lo scorso mese per le ragazze sono diventata un imam. Vorrei guidare la preghiera.

Durante il giorno, ci hanno permesso di uscire nel cortile del carcere tra le 8 e le 10 del mattino, le 13 e le 15 e le 16 e le 17 del pomeriggio. Dopo di che, le porte sono state sbarrate fino al giorno successivo.

Ogni tre mesi, ci hanno permesso di scambiare i vestiti che avevamo e due libri con quelli nuovi. Non potevamo tenere più di due libri contemporaneamente.

Ogni 15 giorni, ci hanno permesso una visita famigliare di 45 minuti.
Al Jazeera: Qual è stata la parte più difficile per te?

Sada: Il desiderio per la mia famiglia mi stava uccidendo dentro. E’stato estremamente difficile quando li ho persi,  non essere in grado di sentire le loro voci o vederli.

Al Jazeera: Come  ti ha cambiata questa esperienza ?

Sada: Sono cresciuta ancora più vicino a Dio. Ho imparato la pazienza, e come pensare con saggezza. La mia personalità è cambiata notevolmente.

Emotivamente, tutti intorno a me sanno che io non sono felice. Il mio stato d’animo ha sofferto molto. Anche se la mia famiglia è intorno a me, mi sento ancora come se fossi sola. La mia mente è sempre altrove, e non ricordo molto. Ho chiesto alla mia famiglia di portarmi da uno psichiatra nel più breve tempo possibile.

Questa intervista è stata modificato per la lunghezza e la chiarezza.

Fonte: Al Jazeera

 

Trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.aljazeera.com/news/2016/08/israeli-prison-grave-160812185323768.html

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