Sostenere la gioventù palestinese per favorire il cambiamento

on line – Giugno 2016

In un’economia strangolata dall’occupazione israeliana e tenuta in vita dagli aiuti internazionali, diventa difficile, per un giovane palestinese, immaginarsi il futuro con atteggiamento positivo. Più del 65% della popolazione palestinese ha meno di 25 anni. La disoccupazione giovanile arriva quasi al 44%, e si tratta giovani con un adeguato grado di istruzione.

Ormai da molti anni l’Operazione 11.11.11. sostiene, attraversola Solidarietà Socialista, il Ma’an Development Center, un’ONG che aiuta i giovani ad organizzarsi.
Ed è proprio una giovane donna ventiseienne americano-palestinese, Alaa El-Barqa, impiegata nel Centro, che Le Croco [1] ha intervistato recentemente riguardo alle difficoltà che incontrano queste giovani generazioni.
Alaa, in che modo l’occupazione israeliana influenza incide sulle prospettive dei giovani palestinesi?

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Alaa El-Barqa

Lo fa nei più svariati momenti della vita di tutti i Palestinesi, compresi i giovani. Sono sottoposti a svariate restrizioni, soprattutto riguardo agli spostamenti. Vi sono checkpoints un po’ dappertutto in Cisgiordania, il cui effetto è quello di rendere difficili tutti gli spostamenti.

Ai giovani viene impedito in particolare di studiare all’estero. Hanno molte difficoltà ad ottenere dei permessi e a stringere accordi di collaborazione con quei paesi che non vedono la Palestina come uno stato sovrano.

I giovani palestinesi devono superare tre frontiere per recarsi fuori dal loro paese.
Mentre i cittadini israeliani hanno il loro areoporto, i giovani palestinesi devono superare tre frontiere per andare all’estero: una palestinese, una israeliana ed una giordana, cosa che rende particolarmente difficile spostarsi.
Una di queste frontiere, pur decidendo di non passare attraverso Israele, è comunque un checkpoint israeliano in cui i Palestinesi vengono controllati e, spesso, respinti.
Del resto vediamo che sono soprattutto alcune categorie di persone ad essere prese di mira dall’esercito israeliano, soprattutto i maschi.
Un giorno un giovane viene ammesso ad un corso universitario, il giorno dopo è in arresto.
Un giorno si può essere iscritti in un corso universitario e l’indomani essere arrestato.
Alcune strade sono state requisite dallo stato israeliano per riservarle ai coloni.
Ciò significa che un tragitto normalmente percorso in trenta minuti, per un Palestinese può durare due o tre ore perché deve servirsi di percorsi alternativi.
Così viene intaccata la motivazione a recarsi al lavoro, o a scuola. Questo è però solo una delle modalità d’impatto che l’occupazione esercita sulla vita dei Palestinesi.

Che dire dei problemi che toccano al loro interno i territori occupati?
Innanzitutto pensiamo al sistema educativo, più simile ad un’organizzazione bancaria, per dirla con un’espressione di Paulo Freire [2]. Colui che viene istruito è considerato come un vaso da riempire senza però fornirgli gli strumenti critici per comprendere la realtà.
Esistono poche possibilità di fare esperienze pratiche. Risultato: molti ragazzi abbandonano gli studi senza aver raggiunto le competenze necessarie per il mercato del lavoro.
La percentuale di diplomati è elevata, ma l’accesso al lavoro è limitato. Sia nel settore privato che nel sistema educativo si impegnano poco per rendere i giovani competenti ed autonomi.

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Se per esempio si osserva la composizione dell’Alto Consiglio della Gioventù e degli Sport, o di qualsiasi organizzazione giovanile, anche dove è operativo il programma sostenuto dalla Solidarietà Socialista, sono molto pochi i giovani che ricoprono incarichi di responsabilità. Talvolta , semplicemente, non vengono minimamente presi in considerazione. Non li si prende sul serio nella società. Sono convinti che, anche investendo molto denaro negli studi, non troveranno lavoro e si ritroveranno tra le fila dei disoccupati.
Il Ma’an Development Center e il Popular Art Center hanno appena gettato le basi di un programma di cinque anni con Solidarietà Socialista. In cosa consiste?
I giovani in Palestina hanno bisogno di credere in se stessi. Attraverso programmi come questo si rende possibile creare collegamenti tra i giovani e coloro che prendono le decisioni, a livello locale o nazionale.
Spesso, nei programmi di sviluppo, le attività sono programmate e i giovani si limitano a prendervi parte.
Qui si formano i giovani ad essere responsabili e protagonisti del loro futuro, affinché possano diventare dei leader all’interno della comunità.
Non ci si limita ad offrir loro delle semplici opportunità, ma li si responsabilizza e li si sostiene affinché imparino a difendere da sé i loro diritti. Se ciò verrà da loro, sarà una conquista destinata a durare nel tempo.
Questo programma è capace di rafforzare il senso di unità tra Palestinesi?

Sì, in Palestina, a causa dell’occupazione, e delle difficoltà di spostamento, si incontrano culture anche molto differenti tra di loro, da un luogo all’altro.
Talvolta ciò comporta profonde differenze tra i ragazzi dei paesi e quelli di città, tanto in Cisgiordania come a Gerusalemme Est, nella Valle del giordano o a Gaza.
Per essere in grado di difendere i loro diritti, i giovani devono innanzitutto unirsi, ma a causa delle restrizioni ciò non è sempre possibile.
Questo tipo di programma può facilitare i contatti tra i giovani di Cisgiordania e quelli di Gaza, permettendo loro di individuare affinità, di unirsi, di organizzarsi, riuscendo così ad indirizzare con maggiore precisione le loro rivendicazioni a chi li amministra e di intepretare il ruolo al quale aspirano.
Ma per far ciò hanno bisogno di sostegno, soprattutto nelle comunità particolarmente penalizzate dall’isolamento territoriale e dall’occupazione.
Cosa sostiene l’operazione 11.11.11 ?

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La raccolta dei fondi del CNCD-11.11.11 sostiene Solidarietà Socialista e i suoi partners di Cisgiordania e Gaza al fine di favorire l’emergenza di un movimento sociale di giovani, superando le separazioni politiche tradizionali e riuscendo a soddisfare ai loro bisogni di partecipazione, alla loro tensione verso il cambiamento.
Nel concreto si tratta di sostenere migliaia di giovani palestinesi, usciti dai gruppi appoggiati dal programma (club giovanili, sindacati, studenti e comitati popolari locali), in particolare le ragazze, a formarsi e a lavorare in rete per contribuire alla creazione di questo movimento sociale in grado di influenzare attivamente la definizione di politiche rivolte verso un maggiore rispetto dei diritti umani e di giustizia sociale, politica ed economica.
In che modo? In poche parole, attraverso l’organizzazione di dibattiti con i rappresentanti politici, attraverso la formazione di addetti all’amministrazione e alla gestione finanziaria, sui media e sulle problematiche socio-politiche; attraverso l’organizzazione di un forum d’informazione e di sensibilizzazione; attraverso la realizzazione di scambi culturali e di attività di solidarietà nei confronti delle popolazioni emarginate e l’elaborazione di strumenti audio-visivi e web su problematiche considerate prioritarie dai giovani.

NOTE
[1] Il Croco è il bollettino di informazione elettronico di Solidarietà Socialista : www.solsoc.be
[2] Il concetto di educazione “bancaria” è stato sviluppato da Paulo Freire. Rappresenta la pedagogia degli oppressori come una “concezione bancaria”, dell’educazione: da un lato vi è l’educatore, che detiene sapere e verità, dall’altro il discente che li riceve.
Si tratta di una concezione oppressiva nella misura in cui colui che subisce l’atto educativo è considerato come un vaso vuoto che occorre riempire senza mai assicurargli gli strumenti per una comprensione critica della realtà.

Trad. Daniela Spada

Fonte: http://www.cncd.be/Soutenir-la-jeunesse-palestinienne

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