Parla Gaza: Questo è quello che ci hanno fatto dieci anni di assedio

 

Ramzi Baroud, Tuesday, 26 January 2016 09:39

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L’assedio ha portato a tassi di disoccupazione crescenti e preoccupanti, scarsità di cibo e mancanza di energia elettrica, e – insieme con le guerre israeliane – una grave mancanza di infrastrutture e case.

 

Se sentono lo scoppio di un tuono la notte, i figli di Mariam Aljamal bagnano il letto. Per loro è una reazione istintiva, la stessa di molti bambini che vivono nella Striscia di Gaza.

I tre figli di Mariam – Jamal, Lina e Sarah – sono nati tutti qualche anno dopo l’inzio dell’assedio di Gaza del 2006, e tutti e tre hanno vissuto almeno un anno di guerra israeliana.

“I miei bimbi hanno paura quando l’elettricità va via, il che capita molto spesso”, dice questa mamma di 33 anni che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha una laurea in Comunicazione e sta seguendo un master. “Vivono ancora il trauma dell’offensiva del 2014. La guerra continua a perseguitare la mia famiglia e la vita è diventata davvero dura per noi”.

Adesso, dopo anni di tentativi, Mariam deve trovare lavoro. La disoccupazione a Gaza è la più alta la mondo, secondo la Banca Mondiale.

L’assedio a Gaza è stato imposto in diverse fasi, è iniziato nel gennaio 2006, quando Hamas vinse le elezioni legislative nei Territori occupati. Il denaro dei donatori fu subito negato, così il nuovo Governo non poté pagare gli stipendi ai propri impiegati. Si pensò che in questo modo il nuovo Governo sarebbe presto crollato e che il rivale di Hamas, Fatah, avrebbe rapidamente ripreso il controllo con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

 

La speranza israeliana, rinforzata dagli Usa e condivisa dal presidente dell’ANP, Mahmud Abbas, e da molti del suo partito, non si realizzò mai. Per accelerare il progettato crollo Israele cominciò a bombardare sporadicamente Gaza e attuò un’estesa campagna di arresti di molti suoi eletti in parlamento, abbinata a una disputa tra Fatah e Hamas, che alla fine si trasformò in scontri per le strade durante l’estate del 2007.

Fu allora che l’assedio divenne totale, al momento dura da dieci anni. In questo periodo, Fatah ha ripreso il controllo dell’ANP in Cisgiordania, la riconciliazione tra Hamas e Fatah è in larga parte fallita, il confine a Rafah è praticamente sigillato e Israele ha intrapreso tre guerre che hanno causato migliaia di morti.

La distruzione di Gaza, risultato di tre guerre consecutive (2008-2009, 2012 e 2014), è stata così grave che ha colpito quasi tutte le infrastrutture della Striscia, che già erano in rovina. I blackout, per esempio, son diventati quotidiani a Gaza. Se tutto va secondo i piani, qui i Palestinesi hanno solo 8-10 ore al giorno durante le quali possono utilizzare l’elettricità, per il resto del giorno sono condannati a patire l’oscurità. L’ONU ha già dichiarato che la situazione a Gaza sarà “inabitabile” entro il 2020.

Ci sono, però, aspetti di questo dramma, che non ricevono la dovuta attenzione, come il fatto che l’assedio sta ostacolando lo sviluppo umano per un’intera generazione.

Quando venne imposto l’assedio, Ahmad Ghazal aveva solo 13 anni. Ora ne ha 23 e lavora in una biblioteca locale, a Gaza City. “La vita qui non è piacevole, – dice. – Negli ultimi dieci anni la mia famiglia ha patito per la mancanza di cibo, di acqua potabile, di cure mediche appropriate e dei più elementari diritti umani. Ma quel che trovo più frustrante è il non potermi muovere liberamente. La chiusura dei confini a opera di israeliani ed egiziani ha portato la nostra vita a un punto morto. Mi sento in trappola”.

Maher Azzami ha 21 anni e anche lui si sente ingabbiato. Insegna inglese allo Smart International Centre for Languages and Development e vorrebbe diventare uno scrittore. Tuttavia considera la vita a Gaza come una morte lenta.

“Negli ultimi dieci anni il numero dei martiri nella Striscia ha oltrepassato i 4.000, ma quelle persone innocenti sono morte una volta sola, – dice. – Le persone che vivono ancora a Gaza muoiono ogni giorno durante questi dieci anni. Ma dobbiamo continuare a essere ottimisti e non disperare. Abbiamo imparato a essere creativi per sopravvivere, a esprimerci e ad andare avanti senza soccombere, nonostante i continui crimini israeliani e il silenzio della comunità internazionale”.

Anche Heba Zaher, 21 anni e una laurea all’Islamic University, comprende la centralità della speranza nella storia di Gaza. Dice: “Siamo sopravvissuti tutti questi anni senza perdere la speranza, di sicuro non possiamo perderla adesso. Dieci anni di stenti ci hanno insegnato a essere più forti, ad affrontare la vita e a sconfiggere l’assedio”.

Ma sconfiggere l’assedio non è impresa da poco, dato che “influisce su tutti gli aspetti della nostra vita, – a quel che dice Heba. – Molti studenti hanno perso l’opportunità di studiare all’estero. Molti pazienti sono morti, aspettando che venissero aperte le frontiere per poter ricevere le cure necessarie. Il senso di tutto è legato alle frontiere e la vita non è mai stata così cara”.

Le conseguenze dell’assedio sono talmente gravi che Anas Almassri, studente dell’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor di Deir al Balah, dice che anche quel poco che rimaneva della classe media a Gaza sta sparendo. “La casse media a Gaza continua a ridursi come risultato della diminuzione delle opportunità economiche, e ciò influisce in modo pesante sui redditi delle famiglie che non possono mandare i figli all’università e quindi non possono mantenere gli standard cui sono abituati”.

Per Ghada Abu Msabeh, 20 anni, anche lei studente a Deir al Balah, l’assedio è diventato così radicato nella psicologia collettiva degli abitanti di Gaza che sta diventando la nuova norma. “Siamo arrivati a un punto in cui l’assedio è parte della nostra vita quotidiana e della routine, – è la sua considerazione. – Onestamente non riesco a immaginare come sarebbe la vita se fossimo liberi di muoverci o se passasse un giorno intero senza blackout elettrici. È difficile ricordare come fosse la vita prima dell’assedio, davvero”.

Hana Salah, 25 anni, scrittrice e collaboratrice di Oxfam Italy, ha cercato un’opportunità fuori di Gaza, ma senza successo. “Non ho più provato, perché vedere i tentativi altrui fallire era già abbastanza deprimente per me, – dice. – Mi sento come se vivessimo in una gabbia senza aver alcuna idea di quel che accade fuori. Non so che cosa succederà, ma posso solo sperare e pregare che Dio abbia misericordia”.

Alcuni di quelli che son riusciti ad andare via per studiare fuori Gaza sono stati bloccati nella Striscia quando sono tornati a trovare amici e parenti. Rafaat Alareer, scrittore e docente a contratto, ha cominciato un PhD alla Universiti Purra Malaysia nel 2012, ma è rimasto confinato a Gaza dal 2014. È tornato in visita alla famiglia perché l’offensiva del 2014 aveva distrutto la loro casa e aveva ucciso suo fratello. “Ormai è trascorso un anno e mezzo, e non posso tornare in Malaysia a causa dell’assedio e della chiusura della frontiera a Rafah”, che è praticamente rimasta chiusa per un anno.

 

Stessa esperienza ha vissuto Belal Dabour, giovane medico del Shifa Hospital, cui non è stato consentito di lasciare Gaza per far tirocinio o partecipare a conferenze, che sperava potessero integrare le sue qualifiche accademiche. “Mi ero appena laureato, quando è scoppiata la guerra del 2014, – dice. – È stato molto traumatico. La mia esperienza di un mese all’Al-Shifa è stata maggiore di quella di altri medici in anni di pratica. Ma ora non ho un lavoro e come molti miei colleghi non ho fonti di reddito”.

 

Walla al-Ghussein, studente 23enne all’Al-Azhar University, conclude che, nonostante un maggior numero di persone ora riconosca l’esistenza di un crudele assedio intorno a Gaza, la vita degli abitanti della Striscia rimane la stessa. “Abbiamo bisogno di qualcosa di più di una semplice protesta: bisogna esercitare una pressione reale su Israele affinché smetta l’assedio. Centinaia di pazienti muoiono, gli studenti perdono l’opportunità di studiare all’estero e un intero popolo è in difficoltà”.

 

Con il contributo di Yusef Aljamal di Gaza.

 

Il dr. Ramzy Baroud scrive di Medio Oriente da vent’anni. Tiene rubriche per agenzie di stampa internazionali, è consulente mediatico, autore di molti libri e fondatore di PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri: “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” e l’ultimo “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. Il suo sito è: http://www.ramzybaroud.net.

Trad. Marina Schembri

fonte: https://www.middleeastmonitor.com/articles/middle-east/23539-gaza-speaks-this-is-what-the-decade-long-siege-has-done-to-us

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