Rielaborare le regole riguardo alla Palestina: un’intifada intellettuale è in arrivo

REDAZIONE 24 OTTOBRE 2015

Di Ramzy Baroud

24 ottobre 2015

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La mia prima sosta, dopo aver vissuto 22 anni in un campo profughi a Gaza, fu la città di Seattle, una gradevole città verde, dove le persone bevono troppo caffè per resistere ai lunghi, freddi, grigi inverni. Là, per la prima volta, sono stato in piedi davanti a un pubblico al di fuori della Palestina, per parlare della Palestina.

Là imparai anche i limiti imposti al diritto palestinese di parlare, di quello che potevo dire di quello che non avrei dovuto dire. I palchi per un discorso imparziale sulla Palestina erano estremamente limitati, tanto per cominciare, e quando qualcuno era disponibile, i palestinesi difficilmente dominavano la scena.

Tuttavia era commuovente. Gli americani comuni, per lo più appartenenti a gruppi di sinistra e socialisti, difendevano i diritti palestinesi, organizzavano delle veglie in seguito a ogni massacro israeliano e distribuivano volantini ai passanti interessati o indifferenti.

Tuttavia, dopo aver trascorso quasi due decenni vivendo negli Stati Uniti, in Europa, in Asia, in Medio Oriente e dopo aver viaggiato in tutto il mondo per parlare dei diritti umani – cominciando con i diritti palestinesi, la storia e la lotta – cominciai ad afferrare la gravità di una tendenza inequivocabile, dove la narrazione palestinese è emarginata e fondamentalmente incompresa.

All’epoca, le giustificazioni comuni erano: non c’erano abbastanza intellettuali palestinesi in zona che parlassero a nome loro; oppure che le generose persone di sinistra che si volevano controllare la situazione palestinese, passavano una settimana a Ramallah e una a Gerusalemme, di modo che erano in grado di parlare dell’esperienza palestinese; oppure che la lotta della Palestina fa parte di una più ampia battaglia contro l’imperialismo, cosicché un oratore socialista può citare la Palestina insieme a Cuba, l’Angola, e l’Indocina , in un solo paragrafo che comprende tutto; oppure che gli oratori ebrei sono più credibili perché sono più vicini alla consapevolezza del pubblico americano e occidentale, e così via.

Non fu quindi insolito vedere un intero congresso di due giorni sulla Palestina, diviso in varie sezioni e in molti seminari, senza che ci fosse un solo palestinese sul palco.

Tuttavia questa situazione è cominciata a cambiare in anni recenti, in seguito al massiccio cambiamento portato da internet e dai media sociali. Tuttavia lo schema mentale che trascurava o evitava i racconti sulla Palestina, non è stata sconfitto completamente.

Il problema non è di aggiungere un Mohammed, un Elia o una Fatima alla lista degli oratori come segno per dimostrare che i palestinesi sono inseriti in una discussione che tratta essenzialmente di loro, del loro passatone futuro. E’, invece, il fallimento di comprendere l’autenticità della narrazione palestinese rispetto al discorso fondamentale del ‘conflitto israelo-palestinese in ogni piattaforma disponibile, sia politica che accademica, culturale, artistica o nei media.

Grazie agli sforzi di migliaia di persone in tutto il mondo, c’è stata una massiccia spinta per portare allo scoperto il palestinese; ahimè, non è sufficiente perché la sfida è su molteplici fronti.

C’è una differenza tra generazioni in cui gli uomini di quelle passate pensano che il modo più intelligente di arrivare ai cuori e alle menti dei loro connazionali sia oscurando il vero palestinese la cui lingua, riferimenti storici, priorità ed aspettative potrebbero essere aliene anche per un pubblico americano. Credono che la cosa migliore sia avere voci compassionevoli ‘dall’altra parte’, per dedicarsi alle proteste dei palestinesi.

Un equivalente di questo sarebbe che dei britannici, afrikaan, o tedeschi dovessero occuparsi delle brutte situazioni degli indiani, dei sudafricani o degli ebrei o di altre vittime delle atrocità naziste. Non soltanto è inaccettabile, ma è anche destinato a fallire.

Perfino gli stessi palestinesi che provengono da una generazione che non ha mai avuto o a cui non è mai stata data l’occasione di stare su un podio, continuano a essere incapaci di apprezzare il valore di una genuina storia palestinese che riflette il linguaggio dei fellahin, dei rifugiati e delle donne e uomini che resistono in Palestina e in tutta la regione. Cercano di raccontarci le loro storie per mezzo degli apologisti, dei ‘sionisti morbidi’, e i sostenitori poco entusiasti perché sono sconfitti psicologicamente, essendo stati loro stessi accecati dalla propaganda elitista che è stata prodotta nel corso delle generazioni. Fondamentalmente questo è pericoloso perché affievolisce la realtà della lotta palestinese, e distorce l’autentica storia.

Le discrepanze dei media sono di gran lunga più pronunciate. La crisi morale nei media ordinari occidentali sull’argomento Palestina, richiede volumi e davvero è stato scritto molto su questo. Gli intellettuali palestinesi in quel campo o sono del genere ‘informatori nativi’, come è descritto da Edward Said, oppure sono anche usati e abusati, fino a essere attaccati personalmente per avere le loro opinioni. In ogni caso, i media ordinari non sono stati affatto in grado di provocare alcun cambiamento misurabile nella sua natura piena di pregiudizi verso la Palestina e la sua gente che soffre da molto tempo.

La lotta in Palestina richiede, – di fatto chiede – la solidarietà globale, una massa critica di una base di sostegno sufficiente a far cambiare il corso degli eventi contro la violenta occupazione israeliana che incorpora governi e grandi aziende che attualmente appoggiano, sostengono e finanziano i crimini quotidiani di Israele contro i palestinesi.

Una volta per tutte, ci deve essere una decisiva rielaborazione di ruoli riguardo a che cosa realmente significa la solidarietà e al modo in cui i palestinesi trovino posto come protagonisti della loro storia. Il primo passo è che dobbiamo imparare a non portare insieme la solidarietà e l’assunzione del ruolo dello stesso o della stessa palestinese.

La storia palestinese, da un punto di vista palestinese, rimane un enigma nella mente di tanti sostenitori palestinesi. Quella versione della narrazione palestinese, come viene raccontata da persone che hanno vissuto, sperimentato e che sono in grado di descrivere accuratamente e chiaramente la loro propria realtà, è oscurata dalle descrizioni alternative di quella medesima realtà.

Per esempio, alcuni considerano il modo di narrazione del quotidiano israeliano ‘Haaretz, molto adeguato, malgrado il fatto che sia gestito da uomini israeliani che sono sionisti ashkenaziti, che rappresentano una peculiare idea israeliana della ‘sinistra’ che, naturalmente, ha poco a che fare con la sinistra al di fuori di Israele. Per alcuni lettori, poi, entrambi i lati delle narrazioni dei media sono in realtà trattati da due gruppi di israeliani, di sinistra e di destra, che, in realtà sono d’accordo riguardo alla maggior parte delle tragedie che sono accadute ai palestinesi, a iniziare dalla Nabka.

Ancora una volta, provate a immaginare che l’India colonizzata, il Sudafrica della segregazione razziale e la Germania nazista siano l’oggetto della nostra discussione, per comprendere il fallimento intellettuale di riconoscere la centralità del palestinese per la narrazione palestinese, sia deliberatamente o diversamente sbeffeggiata.

Dato che i palestinesi si stanno ancora una volta ribellando contro l’occupazione israeliana, dovremmo anche affrontare idee sbagliate ed errori del passato. Viviamo in un’età in cui una generazione di palestinesi bene istruiti ed eloquenti, sono ampiamente presenti in centinaia delle migliori università, nelle società di media, nel teatro, nel cinema e in ogni altro ambito educativo e culturale, in tutto il Medio Oriente e nel mondo. La stessa Palestina è piena di numerosi giornalisti e di donne e uomini eloquenti che possono rendere molta giustizia alla cronaca palestinese.

E’ ora di dare loro il microfono, di lasciarli parlare, e di lasciare che tutti noi ascoltiamo. Dobbiamo recuperare 67 anni.

Il Dottor Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story(Pluto Press, Londa). [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è http://www.ramzybaroud.net

Nella foto: Ramzy Baroud

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/recasting-the-rules-over-palestine-an-intellectual-intifada-in-the-offing

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

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