I PALESTINESI CHIEDONO CHE I TERRITORI OCCUPATI NEL 1967 SIANO MESSI SOTTO LA PROTEZIONE ONU.

Samer B. Jaber*
Siamo un gruppo di professionisti e rappresenti sindacali, intellettuali e attivisti politici, facciamo appello alla leadership palestinese sia all’interno dell’organizzazione di liberazione della Palestina sia fuori da essa, affinché chiedano alle Nazioni Unite e ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza di mettere i territori palestinesi occupati nel 1967 sotto la protezione internazionale delle Nazioni Unite.

A general view of Jerusalem's Old City is seen on April 14, 2014. (AFP/Thomas Coex/File)
A general view of Jerusalem’s Old City is seen on April 14, 2014. (AFP/Thomas Coex/File)

Questo appello arriva dopo due decenni di negoziati tra la leadership dell’OLP ed i governi israeliani di occupazione che si sono succeduti. Questi negoziati non sono stati in grado di ottenere per il popolo palestinese il diritto il diritto al ritorno nelle casa da cui sono stati cacciati e il diritto all’autodeterminazione. L’obiettivo di questa iniziativa è di proporre una strategia di uscita da una situazione in cui l’equilibrio di potere è interamente a favore dello stato occupante, che in questo modo ha la possibilità di imporre la propria politica del fatto compiuto.

La strategia di uscita da questa realtà, in questa fase, mira a fornire una protezione per i civili palestinesi e a consentire la ricostruzione di una strategia nazionale volta a risolvere il conflitto attraverso la realizzazione dei diritti storici del popolo palestinese.

Il mantenimento dello status quo aiuta a perpetuare l’occupazione piuttosto che finirla, fornendo in tal modo la copertura per la continua creazione ed espansione delle colonie a Gerusalemme e in altre parti della Cisgiordania, oltre che per i piani di Israele di isolare ulteriormente la Cisgiordania e mantenere il controllo sulle sue risorse, mentre Israele continua l’assedio di Gaza e a mantenere il controllo sulle sue risorse. Inoltre, lascia l’onere e i costi di amministrazione della vita quotidiana sotto occupazione ai palestinesi, rendendo così l’occupazione un progetto redditizio per Israele.

Sotto il mandato ONU di protezione chiediamo di includere tutti i territori palestinesi occupati nel 1967: la Cisgiordania palestinese, compresa Gerusalemme est e la striscia di Gaza costituiscono l’unità geo-politico che sarebbe soggetta a questo mandato. I meccanismi di durata e implementazione della forza di protezione dovrebbero essere determinati dall’accordo tra l’OLP e Assemblea generale dell’ONU. La missione primaria della forza di protezione internazionale sarebbe di prevenire le violazioni del diritto internazionale umanitario nel trattamento della popolazione palestinese che vive sotto l’occupazione, oltre ad impedire alle autorità di occupazione lo sfruttamento delle risorse naturali palestinesi, ivi comprese le acque della falda sotterranea, nonché di impedire l’acquisizione di terreni e la loro annessione allo stato di Israele attraverso la politica degli insediamento ebraici.

L’agenzia ONU di aiuto e sviluppo ai palestinesi (UNRWA) continuerebbe il suo lavoro, così come previsto nel mandato conferitole dalle Nazioni Unite fino al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro case, provvedendo alle necessità fondamentali dei rifugiati, come acqua, cibo, alloggio, lavoro e istruzione di base.

I Coloni che restassero nelle zone sottoposte alla protezione internazionale sarebbero soggetti alle leggi in vigore nel territorio palestinese occupato, e non dovrebbero godere di alcun privilegio etnico. Essi sarebbero trattati con equanimità in base alla legge senza pregiudicare i diritti della popolazione indigena della terra. Ma, stante il quadro generale del conflitto, anche i coloni ebrei che vivono nelle colonie sarebbero posti sotto l’osservazione del diritto internazionale.

I palestinesi continueranno ad amministrarsi in coordinamento con l’ufficio della forza di protezione internazionale. Questa amministrazione autonoma differirebbe da quella attualmente esercitata dall’autorità palestinese esistente in quanto essa si asterrebbe dal fornire qualsiasi forma di collaborazione di sicurezza con la potenza occupante. Gli accordi internazionali che hanno portato alla creazione dell’autorità palestinese sono da considerarsi scaduti sia riguardo ai loro contenuti che alla pratiche conseguenti, e perché sono stati abbandonati dalle parti di loro. Pertanto i servizi di sicurezza dovranno essere sciolti e i suoi membri pensionati con i diritti e i benefici previsti per i dipendenti del settore pubblico.

In questo appello, affermiamo i seguenti principi:

Qualsiasi accordo deve soddisfare il diritto all’autodeterminazione e al ritorno su tutta la Palestina.

Noi non pensiamo che questo passaggio porrà fine all’occupazione israeliana. Tuttavia, rappresenta una via di uscita dall’attuale situazione e dagli oneri che comporta, per riprendere la ricostruzione del nostro progetto nazionale sulla base di una lotta efficace.

La potenza occupante sarà, innanzitutto, responsabile per la sicurezza dei cittadini palestinesi e la sicurezza di proprietà pubblica, come previsto ai sensi del diritto internazionale umanitario, della Convenzione di Ginevra e delle norme internazionali.

La striscia di Gaza è un territorio occupato e verrà inclusa nel regime di protezione internazionale secondo le modalità dettate dalle specifiche esigenze e dalla situazione. Questo appello non deve essere interpretato nel senso di una ridistribuzione delle forze di occupazione nella striscia di Gaza.

La forza di protezione controllerà i valichi di frontiera internazionale al fine di permettere il controllo da parte dei palestinesi delle esportazioni, importazioni e dellla bilancia dei pagamenti, come è accaduto in Kosovo. Ciò consentirà di ridurre la dipendenza e l’annessione economica dei territori palestinesi occupati all’economia delle autorità di occupazione israeliana.

L’unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese è l’OLP. Ad essa ci rivolgiamo affinché la casa palestinese sia costruita sulla base di una democrazia realizzata attraverso la più ampia possibile rappresentazione popolare di tutti i palestinesi, ovunque essi risiedano.

Affermiamo che tutti i metodi di lotta sono legittimi come stabilito nelle convenzioni e norme internazionali; e che useremo strategie di lotta idonee a difendere noi stessi e ad ottenere i nostri diritti, secondo la specificità di ogni periodo storico e secondo la residenza dei palestinesi in Palestina e nella Diaspora.

Per quanto riguarda la reazione di alcuni partiti a questo appello:

Non dovremmo aspettarci che questa direzione che proponiamo sia sostenuta dai partiti palestinesi che hanno beneficiato e continuano a beneficiare della situazione e della struttura politica esistente e che basano i loro piani futuri su di ciò che esiste; essi cercheranno di resistere in una varietà di modi.

Israele cercherà di opporsi a questa mossa e costringerà la comunità internazionale a confrontarsi con le autorità di occupazione. La presenza di una forza di protezione internazionale è un mezzo pratico per disturbare l’occupazione invece di ridurre le sue spese attraverso gli aiuti internazionali e promuovendo l’illusione di normalizzazione.

Gli Stati Uniti lavoreranno per opporsi a qualsiasi tentativo di porre fine all’occupazione in un modo che non soddisfi Israele. Ma Israele e l’intera comunità internazionale si troveranno a dover affrontare una situazione complessa se l’autorità di autogoverno (autorità palestinese) si dissolverà e sarà sollevata la copertura legale finora garantita dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. I palestinesi sono in grado di gestire i loro affari quotidiani come hanno fatto prima che esistesse l’autorità palestinese attraverso le amministrazioni locali che non forniscono una copertura per la continuazione dell’occupazione, come è accaduto nelle elezioni comunali del 1976.

Ciò significa che la lotta per porre fine all’occupazione è in corso e non finirà fintanto che non si realizzeranno il ritorno dei rifugiati a casa e l’autodeterminazione. Ci aspettiamo che la comunità internazionale assolva al suo dovere di collaborare all’instaurarsi di una protezione internazionale sui territori palestinesi occupati al fine di uscire dal ciclo di negoziati che hanno lavorato solo per consolidare l’occupazione. Peer quanto riguarda l’opinione popolare internazionale, ci aspettiamo che essa sostenga la richiesta di una protezione internazionale nei territori palestinesi occupati nel 1967, oltre a sostenere la chiamata per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.

*Samer B. Jaber è il portavoce di un gruppo di figure professionali e sindacali, intellettuali e attivisti politici che si sono riuniti per lanciare un messaggio a seguito dell’attuale ondata di sconvolgimenti in Israele e nei territori palestinesi occupati.

fonti: http://www.imemc.org/article/73361

The views expressed in this article are the author’s and do not necessarily reflect Ma’an News Agency’s editorial policy.
See also: Erekat: “Stop talking about a Third Intifada – Israel’s occupation must end.”

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