Come Israele tiene i palestinesi fuori da un terzo di tutta la Cisgiordania

L’organizzazione non profit Kerem Navot in un rapporto descrive come le zone militari chiuse hanno disegnato la mappa della regione a favore dei coloni.

di Amos Harel Haaretz, 25 settembre 2015

A camel on the edge of a military firing zone in the West Bank.Emil Salman
A camel on the edge of a military firing zone in the West Bank.Emil Salman

Di tanto in tanto, la questione dell’occupazione occupa ancora i titoli dei giornali in Israele. Una giovane donna palestinese, modestamente coperta dalla testa ai piedi, viene colpita ed uccisa da un soldato al posto di blocco di Hebron, perché avrebbe potuto avere un coltello (le fotografie da parte palestinese narrano una storia; il portavoce delle forze di difesa israeliane ne racconta un’altra);

un altro insediamento ebraico si sta costruendo ad est o a nord di Gerusalemme, tra il coro di condanne di tutto il mondo; un attore arabo-israeliano che non vuole recitare al di là della Linea Verde (il confine di Israele precedente al 1967) irrita il ministro della cultura; un colono viene nominato ambasciatore in Brasile e turba gli animi delicati dei precedenti ambasciatori; l’elenco delle minacce alla sicurezza da parte palestinese è infinito; ed ovviamente gli articoli d’opinione in questo giornale mettono quotidianamente in guardia sui pericoli di prolungare l’attuale situazione ed il rinvio di uno stato binazionale.

E finora, l’occupazione sta perfettamente bene, grazie. Questo giugno sono trascorsi 48 anni dalla guerra dei sei giorni. A meno di un inatteso cambiamento, che non si vede all’orizzonte, le prospettive sono che la situazione rimarrà questa anche nel cinquantesimo anniversario, nel giugno del 2017. Il tasso di nascite israeliane sull’altro lato della Linea Verde; l’espansione degli avamposti (anche se il divieto di stabilire nuovi avamposti è per lo più imposto dallo Stato); il graduale cambiamento di carattere nelle fila dell’esercito israeliano, che vede sempre più soldati ed ufficiali indossare il copricapo ebraico – tutti questi sono fatti compiuti che rendono molto difficile evacuare le colonie nel futuro.

Nel frattempo ciò che difficilmente viene dibattuto – tranne che negli articoli di Amira Hass – è il modo sistematico in cui l’elite israeliana al potere sta espandendo il proprio controllo ed influenza sulla Cisgiordania, mentre va gradualmente restringendosi lo spazio di manovra per i palestinesi. Un nuovo rapporto dell’organizzazione non profit Kerem Navot, che monitorizza le politiche territoriali israeliane in Cisgiordania, mostra dettagliatamente come funziona il sistema, attraverso l’emissione di ordini di chiusura per larghi appezzamenti di terra che diventano aree militari esclusive.

L’originale giustificazione delle procedure di chiusura delle terre, che iniziarono immediatamente dopo la Guerra del 1967, fu per motivi di sicurezza. Tuttavia da allora si sono aggiunte molte altre considerazioni, soprattutto a vantaggio del progetto di insediamento. Il risultato è che attualmente circa 1.765.000 dunams (circa 436.000 acri)[176.500 ha. ndt] – più o meno un terzo della terra in Cisgiordania – è interdetta ai palestinesi, sulla base del fatto che si tratta di zone militari.

La giustificazione non risponde del tutto alla realtà, in quanto, secondo il rapporto, circa il 78% delle terre requisite per manovre militari non viene usato a tale scopo. Il rapporto afferma che la restante terra è divisa tra zone che l’esercito utilizza frequentemente (diverse esercitazioni di addestramento ogni 3 mesi – circa il 10% della terra) e terreni che vengono scarsamente utilizzati (circa il 12% ospitano mediamente meno di una esercitazione ogni 3 mesi).

Kerem Navot è una delle tante attività svolte da Dror Etkes – si può dire un’impresa di un solo uomo. Etkes ha monitorato gli insediamenti per quasi 20 anni ricoprendo una serie di ruoli – inizialmente in Peace Now, poi in altre organizzazioni.

Il suo nuovo rapporto, “Giardino Murato – Dichiarazione di aree chiuse in Cisgiordania”, è uno dei più dettagliati e estesi rapporti che ha mai realizzato. Secondo il rapporto, il primo ordine di chiusura è stato firmato addirittura l’8 luglio 1967, meno di un mese dopo la fine della guerra. Era l’Ordine 34, che dichiarava l’intera Cisgiordania zona militare chiusa. L’ordine è ancora valido, ma non viene molto utilizzato perché lo Stato preferisce usare ordini più specifici. Da allora, sono state firmate altre migliaia di ordini, anche se il loro numero esatto è ignoto in quanto la maggior parte si riferisce ad aree relativamente piccole e per periodi relativamente brevi. Tuttavia, in aggiunta a questi, sono stati emessi parecchi ordini di chiusura permanente per aree estese, con diversi scopi.

Gli scopi originari di questi ordini erano: chiudere i confini della Cisgiordania (il confine con la Giordania a est, l’area di Latrun ad ovest[ situata a 15 chilometri a ovest di Gerusalemme e a 14 chilometri a SE di Ramla,ndt]) e successivamente chiudere una considerevole area della linea di frontiera ad ovest della barriera di separazione; stabilire le giurisdizioni degli insediamenti; creare zone di sicurezza intorno a diversi insediamenti; chiudere dei terreni che l’esercito ha definito essenziali per le sue necessità. Così, complessivamente, più della metà dell’Area C sotto il controllo israeliano in Cisgiordania (circa il 61% dell’intera area occupata) è attualmente definita zona militare chiusa.

Il rapporto afferma che questi ordini consentono di porre gravi limitazioni alla possibilità per i palestinesi di muoversi liberamente ed usare in sicurezza estese zone di terreno. “La chiusura delle aree è la misura amministrativa che più di ogni altra ha influenzato la limitazione alla mobilità dei palestinesi e alla loro possibilità di utilizzare le risorse della terra, anche se ufficialmente una notevole parte di queste terre è interdetta anche agli israeliani”, scrive Etkes.

Il rapporto riferisce che la maggior parte delle zone militari (circa 1,5 milioni di dunam [150mila ha. ndt] in Cisgiordania) sono state chiuse durante il primo decennio dopo la guerra. Inizialmente sono state dichiarate delle zone di esercitazione nella Valle del Giordano, mentre l’area di Latrun è stata chiusa subito dopo la guerra. All’inizio degli anni ’70, la fascia orientale della Cisgiordania venne chiusa da Gerico verso sud, di modo che nel 1972 la mappa delle zone di esercitazione militare coincideva quasi completamente con la mappa del Piano Allon – che fu disegnata da Yigal Allon dopo la guerra dei sei giorni per garantire il controllo di sicurezza di Israele sul crinale della montagna e nella Valle del Giordano. Fotografie aeree di quel periodo mostrano che, fino ad allora, i palestinesi vivevano e coltivavano la terra o pascolavano le loro mandrie su alcune delle aree che sono state in seguito chiuse.

Un altro significativo cambiamento – di segno opposto – si è verificato dopo la firma degli Accordi di Oslo, tra il 1993 e il 1995. Dopo questi accordi, l’esercito israeliano si ritirò ed evacuò l’area A, che fu trasferita sotto il pieno controllo palestinese (anche se fu erosa durante la seconda intifada tra il 2000 e il 2005) e mantenne il controllo della sicurezza (ma non civile) nell’Area B.

In base al rapporto, dall’inizio degli anni ’90 fino a quello del 2015, grazie alla cancellazione della zona di esercitazione 911 a nord di Gerico, è stata revocato il divieto di accesso per circa 364 dunam[ 36,4 ettari]. Di queste terre , circa 300 mila dunam [30mila ettari ]erano aree di esercitazione che sono state ridotte o cancellate ( dopo che l’IDF ha chiuso molte unità e ha diminuito l’estensione delle [terre] di esercitazioni [per le] manovre).

Tuttavia, i nuovi confini delle aree di addestramento comprendono una larga parte dell’Area C, impedendo così l’accesso di molti villaggi palestinesi alle terre che erano in loro possesso e che sono state dichiarate zone di esercitazione chiuse. Inoltre l’ampiezza delle aree designate a tale funzione è aumentata fin dalla fine degli anni ’90, perché tutte le giurisdizioni delle colonie sono state dichiarate dall’IDF zone militari chiuse ai palestinesi. Si tratta di un territorio dall’estensione di circa 540 mila dunam [54mila ha] e comprende il 9,7 per cento circa di tutta la Cisgiordania

Le zone interdette sono state estese ulteriormente durante il periodo della seconda intifada, quando Israele ha designato [zona] chiusa la linea di confine intorno alla barriera di separazione in Cisgiordania e le speciali zone di sicurezza intorno alla maggior parte delle colonie, con l’obiettivo di impedire ai palestinesi di accedervi. Tale provvedimento, che è stato applicato nel periodo più acuto delle infiltrazioni e [conseguenti] attacchi mortali alle colonie e lungo la barriera, è ora utilizzato anche per altri scopi : tra gli altri, espandere l’area effettiva delle colonie e allontanare gli agricoltori palestinesi dalle loro terre. In questo modo circa 180 mila dunam [18mila ha.]sono stati aggiunti alle zone interdette.

Il confronto della mappa delle zone militari con quella delle giurisdizioni delle colonie mostra una stretta correlazione tra questi due tipi di aree, che insieme costituiscono circa l’82 per cento del totale delle zone interdette della Cisgiordania. Secondo il rapporto [di Kerem Navot ] “è evidente che dietro tale correlazione c’è un disegno di istituire ampie aree vietate ai palestinesi”.

IDF soldiers on maneuvers at a firing zone in the West Bank.Olivier Fitoussi
IDF soldiers on maneuvers at a firing zone in the West Bank.Olivier Fitoussi

Etkes individua anche un ‘ulteriore mossa pensata per il futuro. Attualmente, circa 348 mila dunam [34.800 ha.] delle aree della Cisgiordania che Israele ha dichiarato come “territori dello Stato” sono situate all’interno delle zone di addestramento (o il 43 per cento circa dei territori dello Stato al di là della Linea Verde). Circa 35000 dunam [3500 ha.] dei territori dello Stato all’interno delle zone di esercitazione sono state mappate dalla “ Equipe Linea Blu” dell’ Amministrazione Civile ( che ha cominciato a riportare sulle mappe i confini delle colonie circa dieci anni fa, su pressione degli USA). Il rapporto afferma che si vuole cedere alcuni di questi territori per l’espansione futura delle colonie.

La procedura degli ordini di esproprio presenta anche un altro importante elemento: l’assenza di provvedimenti contro gli israeliani. Il rapporto elenca 10 avamposti e colonie dove sono state costruite case ed edifici pubblici all’interno delle zone di esercitazioni interdette. Le autorità

in carica hanno addirittura emesso 170 ordini di demolizione di tali edifici che sono illegali in base alla definizione del territorio, ma fino ad ora non è stata presa nessuna iniziativa per evacuarli. In altri due casi in anni recenti, lo Stato ha riassegnato all’interno delle zone di esercitazione alcune aree alle colonie per [favorire] la loro espansione. L’eliminazione della zona 911 di esercitazione a nord di Gerico è stata fatta per permettere il trasferimento forzato dei beduini in quest’area dopo averli evacuati dall’area a est di Gerusalemme e Ramallah.

I coloni stanno utilizzando le terre delle zone di esercitazione anche in un altro modo. Oggi stanno coltivando circa 14.000 dunam [1400 ha.] delle aree interdette che si suppone essere vietate anche agli israeliani. Circa il 73 per cento di questi terreni agricoli sono stati consegnati dalle autorità ai coloni in aree che sono state interdette di fatto solo ai palestinesi lungo il confine e l’area Latrun. Altri 3000 dunam [300 ha.] di terreno agricolo sono coltivati dai coloni senza avere avuto il permesso ufficiale di farlo. La maggior parte di queste terre sono registrate come proprietà privata dei palestinesi, ma le autorità non stanno applicando la legge contro i coloni. Infatti, in base al rapporto, stanno finanche favorendo la coltivazione di tali terre da parte dei coloni.

Il rapporto cita la testimonianza alla sottocommissione della Knesset nell’aprile del 2014 del Colonello Einav Shalev , ufficiale [appartenente alle] operazioni del comando centrale, (in una discussione, riportata da Amira Hass, riguardante le costruzioni illegali palestinesi nell’area C). Shalev ha aperto uno squarcio sul [funzionamento del] sistema, spiegando che il fatto che l’IDF abbia ripreso a tenere estese esercitazioni di addestramento per le divisioni nella Valle del Giordano, ha aiutato a tenere lontani i palestinesi da quelle aree. “ Dico questo qui perché penso che la questione delle manovre di addestramento è un elemento di discussione che non sta venendo fuori ma ha la sua considerevole importanza. In posti dove abbiamo ridotto sensibilmente il numero di addestramenti, sono cresciute le erbacce” ha detto riferendosi alle comunità palestinesi. “ Dovremmo prendere in considerazione tale fatto”

Le osservazioni di Shalev alla sottocommissione spiegano gran parte della storia, in una discussione che ha coinvolto solamente due membri della Knesset, entrambi appartenenti al [partito] Habayit Hayehudi, vicino ai coloni. Per capire il problema delle zone militari interdette, è necessario analizzare i fatti con un approccio politico tralasciando quello militare. In molti casi, la sicurezza è proprio una scusa per altre considerazioni di più ampia portata che si nascondono dietro questa.

Due punti di svolta

Haaretz ha chiesto a un ufficiale di alto livello dell’IDF che ha servito per lunghi anni nei territori [occupati], di rispondere alle asserzioni più importanti del rapporto. Egli ha detto che la politica della chiusura delle aree durante il decennio passato è stata molto più severa e che oggi è difficile chiudere porzioni di terre e definirle zone militari sulle basi di giustificazioni irrilevanti.

L’ufficiale ha individuato due punti di svolta in questi anni: la sentenza Elon Moreh dell’Alta Corte di Giustizia del 1979 ( che ha smontato la giustificazione dei motivi di sicurezza per espropriare le terre per la costruzione delle colonie); il rapporto di Stato del procuratore Talia Sasson sugli avamposti, pubblicato nel marzo del 2005, che sebbene non sia stato fatto proprio dal governo, rivelava e analizzava nei dettagli il metodo [ per impadronirsi delle terre].

Secondo l’ufficiale, “Dopo il rapporto Sasson, difficilmente ci sono stati nuovi ordini di esproprio. Ogni esproprio per motivi di sicurezza è sottoposto a una supervisione molto attenta da parte degli avvocati e richiede prove inconfutabili della necessità di sicurezza. Quando anche un comandante di brigata vuole un ordine di esproprio per innalzare un fortino vicino alla strada ( un’alta torre fortificata in cemento per la sorveglianza ), egli deve provare che vi sia un reale motivo di sicurezza e convincere i consulenti legali che ciò è fondamentale”.

Il rapporto della Kerem Navot giunge a differenti conclusioni. “Lo Stato di Israele sta facendo un uso massiccio di ordini di chiusura nella Cisgiordania con diverse motivazioni, prima fra tutte l’interdizione delle zone per l’addestramento alle manovre militari. La ricerca dimostra che la continua chiusura della maggiore parte delle aree di addestramento non risponde a nessuna necessità di ordine militare, dato che nell’80 percento dei territori non sono state mai tenute manovre militari. La loro estensione, la loro posizione, la correlazione con altri elementi di natura legale che limitano la possibilità di utilizzo da parte dei palestinesi, come le giurisdizioni delle colonie e la creazione di riserve naturali, portano a concludere che la continua chiusura di queste aree è il fattore principale che lo Stato di Israele sta perseguendo nella Cisgiordania. Sembra che l’obiettivo maggiore è di ridurre drasticamente la capacità della popolazione palestinese di utilizzare le risorse della terra e di trasferire quante più porzioni possibili nelle mani dei coloni”.

(Traduzione di Cristiana Cavagna e Carlo Tagliacozzo)

fonte: http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.677426

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