Come l’antisemitismo ha aiutato Israele a capovolgere il voto sul boicottaggio a Reykjavik

Ali Abunimah attivista e sostenitore BDS – 28 set 2015 – Rev. Marina

Finanzieri Islandesi diffondono timori che i sostenitori ebrei avrebbero ritirato un progetto alberghiero vicino  alla sala concerti di Reykjavik a causa del voto del consiglio della città di boicottare i prodotti israeliani. (Bob Travis / flickr)
I finanzieri islandesi diffondono timori che i sostenitori ebrei si sarebbero ritirati da un progetto alberghiero vicino  alla sala concerti Harpa di Reykjavik perché il consiglio comunale aveva votato di  boicottare i prodotti israeliani. (Bob Travis/Flickr)

Il 15 settembre, quando il consiglio comunale di Reykjavík  ha votato di boicottare tutti i prodotti israeliani, Israele e i suoi gruppi di pressione si sono affrettati a gridare all’antisemitismo.
La loro reazione alla decisione della capitale dell’Islanda ha seguito il copione standard verso il crescente movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS): ogni critica ad Israele è interpretata come  odio verso gli ebrei, anziché, per esempio, supportata dalle montagne di prove dei crimini  di guerra israeliani contro i palestinesi.

In realtà non è stato un pregiudizio antiebraico a motivare il boicottaggio. Piuttosto è stata la classica sensazione di seminare una paura antisemita che ha contribuito a far fare una retromarcia dettata dal panico, appena una settimana dopo le prime dichiarazioni.

Lettera antisemita
Björk Vilhelmsdóttir, l’autrice del boicottaggio, ha detto a The Electronic Intifada che gli altri membri del consiglio comunale non hanno saputo resistere a quella che ha chiamato una “reazione brutale” da parte di Israele e dei suoi gruppi di pressione degli Stati Uniti.
Incluso il giudizio  critico, le calunnie e  le minacce da sostenitori violenti come l’Anti-Defamation League (ADL), il Simon Wiesenthal Center e il World Jewish Congress. Anche l’Autorità palestinese ha avuto un ruolo nell’indebolire il supporto al boicottaggio.
Ma forse l’intervento più degno di nota è venuto dai finanzieri islandesi, che, basandosi su comuni stereotipi antisemiti, hanno diffuso la paura infondata che ricchi e potenti ebrei avrebbero ritirato  i loro capitali da un importante progetto per la costruzione di un grande hotel vicino alla moderna sala concerti Harpa sul lungomare di Reykjavík.
Il 18 settembre, quattro giorni prima dell’inversione di tendenza del Consiglio sulla sua decisione di boicottare Israele, Eggert Dagbjartsson, islandese di nascita e dirigente della Boston Equity Resource Investments, ha inviato una mail a Höskuldur H. Ólafsson, direttore della Arion Bank.
Ólafsson ha poi  inoltrato l’e-mail al sindaco di Reykjavík Dagur Eggertsson, che l’ha letta in consiglio comunale durante un dibattito molto acceso sul boicottaggio, durante il quale un membro del consiglio Sveinbjörg Birna Sveinbjörnsdóttir l’ha citata quale esempio di come il boicottaggio potrebbe “direttamente [influenzare] le entrate per la città di Reykjavík.”
Nella sua e-mail, Dagbjartsson ha espresso la preoccupazione che la decisione di boicottaggio “potrebbe potenzialmente avere un impatto molto negativo sul nostro progetto – la proposta di Reykjavík Edition”, un progetto congiunto per un hotel di lusso sostenuto dagli uomini d’affari americani Ian Schrager e Richard L. Friedman e dalla catena di hotel Marriott tutti statunitensi.

Schrager forse è più  conosciuto come co-fondatore dello Studio 54, l’iconico locale notturno di New York della fine del 1970. Friedman, invece, è un potente sostenitore del Partito Democratico che notoriamente ha ospitato i Clinton nella sua casa estiva a Martha’s Vineyard, è amministratore delegato di Carpenter & Company, azienda che costruisce  alberghi di lusso.
“Controllato da ebrei americani”
Il finanziere Eggert Dagbjartsson è molto esplicito circa il suo timore che gli ebrei ricchi, indignati per il boicottaggio delle merci israeliane, potrebbero vendicarsi danneggiando l’economia islandese, in generale, e il progetto dell’albergo a Reykjavik in particolare.
“Il fatto è che molte delle persone chiave che sono in ultima analisi responsabili di trasformare questo progetto in un successo sono ebrei americani”, ha scritto. “Sia Ian Schrager e sia Dick [Richard] Friedman sono ebrei. Anche, molti dei dirigenti della Marriott sono ebrei. Inoltre, la maggior parte delle grandi compagnie alberghiere americane – come Starwood, Lowes, ecc. – sono di proprietà di, o controllate da, ebrei americani”.
Marriott, Starwood Hotels e Loews Hotels – che possono essere le imprese alle quali  Dagbjartsson si riferiva – sono tutte aziende finanziarie pubbliche.
“Mentre gli ebrei americani non sono affatto un gruppo unito”, ha ammesso, “sono generalmente forti sostenitori dello Stato di Israele e sensibili al boicottaggio  o al bando dei  prodotti o dei servizi  israeliani”.
Degno di nota che  Dagbjartsson abbia ammesso:  “Non ho idea di come qualcuno come Ian Schrager o Dick Friedman reagirà a questo – e spero che non scoprano questa storia e che in qualche modo sarà risolta rapidamente”.
Ironia della sorte, il finanziere aveva affermato che con il voto del  boicottaggio, Reykjavík aveva inviato il messaggio:  “Se siete ebrei – qui non siete  i benvenuti [sic]”. Ed era preoccupato che potesse essere interpretato nel senso che gli islandesi “quando si tratta di ebrei sono razzisti “.

Ma l’unico bigottismo evidente è quello di Dagbjartsson e di chiunque altro abbia citato la sua e-mail come una ragione per capovolgere il voto sul boicottaggio.
Dagbjartsson riconosce che la sua unica ragione per ritenere che Friedman e Schrager – e altri americani ebrei che “controllano” potenti società -avrebbero potuto fare ritorsioni contro  Reykjavík è  perché sono ebrei.
Questo è proprio l’atteggiamento tipico che l’ADL definisce stereotipi antisemiti.
Io non ho trovato  prove che Friedman o Schrager  abbiano mai espresso un parere pubblico su Israele o utilizzato i loro interessi commerciali per influenzare o  fare pressioni per conto di Israele.

Che sostengano o no  Israele, potrebbero non volere che i loro marchi globali siano associati alla reputazione sempre più negativa di Israele – anche se è proprio quel che ha fatto Dagbjartsson, senza il loro consenso.
Dagbjartsson,  Höskuldur H. Ólafsson, amministratore delegato di  Arion Bank CEO, Friedman, Schrager, la consigliera comunale Sveinbjörg Birna Sveinbjörnsdóttir, nessuno ha risposto alle richieste di commento da parte di The Electronic Intifada.
Come ho sottolineato in un recente articolo, gli esagerati i timori di irritare Israele e i suoi presunti sostenitori  riflette ciò che l’autrice e docente universitaria Sarah Schulman chiama “una specie strana di antisemitismo”.
“Sembra che abbiano convinzioni stereotipate e convenzionali su quanto possano essere vessatorî i ricchi ebrei che ritirerebbero i loro soldi ebrei, se solo qualcuno critica Israele”, ha detto  Schulman, riferendosi al divieto del centro LGBT di New York a ospitare eventi legati alla Palestina nel 2013, “ed è stato questo pregiudizio fuorviante che li ha spinti sulla difensiva, a vietare qualsiasi critica a Israele”.
Purtroppo, questa è proprio la paura antisemita chiaramente manifesta nella e-mail di Eggert Dagbjartsson così come nella decisione di Reykjavík di stravolgere la decisione di principio di essere solidali con i palestinesi che lottano per la loro libertà contro l’occupazione israeliana, il colonialismo e l’apartheid.

trad. Invictapalestina

https://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/how-anti-semitism-helped-israel-reverse-reykjaviks-boycott-vote

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