Dov’è la moralità ebraica nella decisione di scansare i rifugiati siriani ?

È troppo facile raccontare a noi stessi che siamo il popolo eletto, e quindi che noi siamo autorizzati a discriminare gli altri.

Tomer Persico 12 set 2015 04:11

tony

Era difficile non sentire un tuffo al cuore dopo aver appreso che la Germania e l’Austria avrebbero accolto, oltre a quelli già nel Paese, decine di migliaia di rifugiati siriani. Mentre il nostro primo ministro sostiene che non c’è una “profondità demografica” tale da permettere anche un passo umanitario simbolico, a quanto pare altri hanno imparato la lezione della seconda guerra mondiale – in particolare, al momento, coloro che erano così preoccupati per la questione demografica.

Netanyahu può sempre aspettare di preferire l’immobiità all’azione, e il suo rifiuto di accogliere i rifugiati di certo non sorprende.

È strano, invece, il silenzio dei rabbini e dei leader del mondo religioso. Strano, perché la tradizione ebraica parla chiaramente di ospitare e aiutare i rifugiati. Lo fa non solo ricordando di continuo che “voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, sottintendendo che il popolo israeliano sarà per sempre in dovere di prendersi cura degli stranieri, ma anche in base a comandamenti espliciti.

A Syrian boy, 7, waits to board a train in Budapest, Hungary, Thursday, Sept. 10, 2015.AP
A Syrian boy, 7, waits to board a train in Budapest, Hungary, Thursday, Sept. 10, 2015.AP

La Torah dice: “Non consegnereai al suo padrone uno schiavo che, dopo averlo lasciato, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, nel tuo paese, nel luogo che avrà scelto, in quella delle tue città che gi parrà meglio; e non lo molesterai”(Deuteronomio 23: 16-17).

La Torah sottolinea più volte la libertà dello schiavo di stabilirsi ovunque egli scelga, e molti commentatori biblici collegano questi versetti ai precedent, incentrati sulla guerra. Essi concludono inoltre che è un comandamento, una virtù, accogliere i rifugiati.

Secondo Maimonides, il comandamento “ha il grande vantaggio di farci proteggere e difendere coloro che cercano la nostra protezione e di non consegnarli verso coloro da cui sono fuggiti” (“Guida dei perplessi,” 3, 39). Spiega anche come esso riguardi sicuramente gli schiavi, ma ricorda che è certamente nostro dovere aiutare coloro che non sono schiavi, ma fuggono dal pericolo.

E non è tutto. È anche il profeta Isaia a implorare Moab di adottare la buona pratica dell’accoglienza dei rifugiati: “Lascia dimorare presso di te gli esuli di Moab, sii tu per loro un rifugio contro il devastatore!” (Isaia 16: 4).

Samson Raphael Hirsch, rabbino tedesco del 19 ° secolo, ha spiegato: “Quando il tempo della distruzione di Moab è arrivato, Isaia descrive il motivo per l’olocausto. Tutte le nazioni che sorgevano al confine con Moab si lamentavano dell’iniquità dei Moabiti … c’è solo un modo per superare le difficoltà – Moab deve tornare a essere misericordioso e quando si troverà culmine della potenza e la sua luce brillerà come il sole di mezzogiorno, egli tratterà i poveri rifugiati con compassione”.

Dove sono tutti gli strenui paladini della natura ebraica di Israele? Perché non gridano allo scandalo, quando Israele tradisce la tradizione ebraica, come in questo caso? Dove si nascondono, queste persone profondamente religiose che parlano così altezzosamente di “morale ebraica” e che cercano di rafforzare la “identità ebraica? Come mai la loro voce non si fa sentire forte e chiara, piangere sui figli della nostra madre Rachele, che stanno rinnegando l’eredità dei loro antenati?

Io non sono un ingenuo. È chiaro, e questo vale per tutti, coloro che si considerano fedeli alla tradizione scelgano quali parti di essa osservare. Va bene; lo facciamo tutti. Ma è importante sollevare due questioni.

In primo luogo, si dovrebbe capire che il loro impegno rispetto all’osservanza della tradizione ha dei limiti chiari: in altre parole, scelgono come esprimere il loro essere ebrei.

Questo riconoscimento è importante non solo perché rende chiaro che chiunque citi  l’halakha (legge religiosa ebraica) per giustificare la sua contrarietà alla parità di diritti per gli arabi, i gay e le donne, la sta semplicemente strumentalizzando, non vi sta obbedendo. L’Anti-assimilazionista Bentzi Gopstein attribuisce al Maimonides la sua opinione, secondo cui le chiese devono essere bruciate, ma naturalmente non cita questo comandamento sulla questione dell’accoglienza dei rifugiati.

Anche il secondo punto è associato all’impegno, non alle leggi religiose, ma alle decisioni morali. Perché la cosa interessante, in questo ambito, è la fatica che ci impongono uno sforzo.

La moralità è legata alle nostre relazioni con l’altro, e l’altro di solito ci mette in difficoltà, non ci offre un massaggio di piacere gratuito.

Concentrarci su queste difficili scelte religiose non è confortevole e costa fatica; ma è questo che ci gratifica e migliora il nostro punto di vista sul mondo.

È troppo facile  raccontare a noi stessi che siamo il popolo eletto, e che quindi  siamo autorizzati a discriminare gli altri. Abbiamo bisogno di voci autorevoli, che chiedano agli ebrei di assumersi le proprie responsabilità, per donarsi agli altri, nelle scelte più ardue e più scomode.

Tomer Persico è ricercatore presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme, e insegnante nel dipartimento di religioni comparate presso l’Università di Tel Aviv.

trad. Invictapalestina

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.675613

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