I ragazzi dell’Intifada

Il Manifesto – Edizione del 30 Agosto 2015

Sono pas­sati 13 anni da quei mesi del 2002, i 40 giorni di asse­dio israe­liano di Betlemme, la recon­qui­sta della Cisgior­da­nia. La Hebron-Jerusalem Road col­le­gava ancora la città della Nati­vità a Geru­sa­lemme, non c’erano muri a cir­con­dare la tomba di Rachele (per i pale­sti­nesi la Moschea Bilal Ibn Rabah), solo posta­zioni mili­tari. Azuz aveva 12 anni, suo fra­tello Moaed 10, Ghas­san il più grande, 13.

I tre protagonisti di questa storia «in azione» durante l’estate del 2002
I tre protagonisti di questa storia «in azione» durante l’estate del 2002

Dopo gli anni caldi della Seconda Inti­fada, respi­rata ogni giorno dai vicoli del campo pro­fu­ghi di ‘Azze, hanno tra­scorso due anni a testa in pri­gione, erano tutti mino­renni. Usciti dalle car­ceri israe­liane, Azuz e Ghas­san hanno ripreso la scuola, si sono diplo­mati e oggi stu­diano all’università. Moaed no: dopo le sbarre israe­liane, subito si sono aperte le porte di un car­cere pale­sti­nese. Una volta fuori, ha abban­do­nato gli studi e oggi lavora in una caffetteria.

Tre­dici anni dopo, la Pale­stina è cam­biata. E di que­gli anni asse­dio e copri­fuoco resta il dolore ma anche l’orgoglio per la capa­cità di par­te­ci­pare e di resi­stere, per l’esperienza di soli­da­rietà vis­suta tra le strade strette del campo profughi.

Il mondo nei vicoli stretti
Ghas­san: «Dopo la Prima Inti­fada e gli Accordi di Oslo, il campo ha vis­suto per la prima volta una divi­sione poli­tica: chi era con la nuova Auto­rità Pale­sti­nese e chi con­tro. I primi foco­lai della Seconda Inti­fada hanno can­cel­lato le dif­fe­renze, anche noi bam­bini respi­ra­vamo la ritro­vata unità. Io ero un bam­bino come ogni altro nel campo, una fami­glia mode­sta ma attiva: mio padre ha pas­sato anni in pri­gione. Il campo era il cen­tro del mondo, tutto girava intorno ai vicoli stretti di ‘Azze. Era­vamo figli della strada: non esi­ste­vano spazi aperti, non ave­vamo soldi per andare a diver­tirci fuori. Gio­ca­vamo per strada, in un luogo sovraf­fol­lato, misero, pericoloso».

Azuz: «I nostri gio­chi erano lo spec­chio della fru­stra­zione e la vio­lenza in cui siamo cre­sciuti. Gio­ca­vamo a ‘eser­cito con­tro arabi’, ci pic­chia­vamo. Sal­ta­vamo sui camion­cini che por­ta­vano le ver­dure, le ruba­vamo e ce le lan­cia­vamo. Costrui­vamo fucili di legno e basi mili­tari. Chi cre­sce in un campo, è già con­sa­pe­vole: basta guar­dare le case e le strade per capire che qual­cosa di sba­gliato c’è. Non ci sono posti dove svi­lup­pare le tue capa­cità, ali­men­tare le tue pas­sioni. Solo la strada. Diventi adulto respi­rando poli­tica, per­ché tuo nonno ti ricorda che sei pro­fugo, tuo padre ti ricorda che sei pro­fugo, i tuoi vicini te lo ricor­dano, la casa dove vivi te lo ricorda».
Moaed: «Già prima dell’Intifada, il ritmo della vita quo­ti­diana era det­tato dagli scon­tri e dai raid dell’esercito. A otto anni vedevo gente ferita, arre­stata davanti ai miei occhi, uccisa. Ogni giorno al ritorno da scuola, allun­ga­vamo il tra­gitto e pas­sa­vamo davanti alla posta­zione mili­tare israe­liana, solo per sfi­darli. I nostri geni­tori ave­vano paura, ma non ci nega­vano la strada».

Ghas­san: «Per mio padre era diverso. Dopo anni di atti­vi­smo e di pri­gio­nia, aveva perso fidu­cia nella causa, a cui aveva rega­lato i suoi anni migliori. Per che cosa? Per veder nascere l’Anp, veder tra­sfor­mata la lotta in un mezzo di arric­chi­mento per l’élite».

Moaed: «Poi è arri­vata l’Intifada. Gli scon­tri erano quo­ti­diani: appena arri­vava la noti­zia di un raid, noi bam­bini abban­do­na­vamo il pal­lone e pren­de­vamo le pie­tre. La notte entra­vano per arre­stare atti­vi­sti, si sen­ti­vano gli spari, non si dormiva».

Ghas­san: «L’Intifada è stato il nostro nuovo spa­zio d’espressione. Per la prima volta ci siamo sen­titi ‘spe­ciali’, noi bam­bini poveri del campo era­vamo diven­tati ad un tratto degli eroi. Rischia­vamo la vita ma non ci impor­tava granché».

Moaed: «Se man­cava cibo o acqua, ci si aiu­tava con i vicini. In qual­che modo era come se den­tro il campo ci sen­tis­simo al sicuro, un luogo pro­tetto per­ché lo cono­sce­vamo bene. Ma era anche il luogo dei raid, degli arre­sti, dei mar­tiri. Ogni volta che gli israe­liani lascia­vano un palazzo, dopo le incur­sioni, noi she­bab cor­re­vamo den­tro come uno sciame di mosche e pren­de­vamo quello che ave­vano lasciato, la frutta, il cibo, i bossoli».

Il cec­chino impla­ca­bile
Azuz: «Nono­stante la chiu­sura, den­tro il campo riu­sci­vamo a muo­verci di nasco­sto, tra i vicoli e sui tetti. Era però dif­fi­cile pas­sare dal lato est a quello ovest del campo per­ché c’era un cec­chino israe­liano sul tetto dell’hotel Para­dise, davanti l’ingresso del campo, che spa­rava a chiun­que pas­sasse per la strada che divi­deva le due aree. La mag­gior parte della gente viveva a ovest, ma il pani­fi­cio era a est. Allora quelli a est ci lan­cia­vano dalle fine­stre il pane. Il cec­chino spa­rava pure a quello».

Ghas­san: «Furono i giorni più caldi, i più col­let­tivi. Era­vamo come una grande fami­glia che si pren­deva cura di ogni suo mem­bro. Le divi­sioni degli anni pas­sati erano scom­parse. Le porte delle case erano sem­pre aperte, per poter acco­gliere chi scap­pava dall’esercito. Le fami­glie face­vano buchi nelle pareti per poter pas­sare da una parte all’altra del campo senza uscire. Le donne pre­pa­ra­vano cibo per il quar­tiere. A volte durante gli scon­tri la gente pre­ten­deva una vita nor­male, a sfre­gio dell’occupazione: si but­ta­vano i mate­rassi a terra, ci si sedeva lì a man­giare frutta secca. Poi, magari il giorno dopo vedevi un tuo vicino morire davanti ai tuoi occhi: l’occupazione non distrugge solo il tuo futuro, ma anche il tuo pas­sato, la tua memo­ria, quando uccide i tuoi cari, quando demo­li­sce la casa dove sei cre­sciuto come è suc­cesso a me».

I cor­rieri degli aiuti
Azuz: «Era stato creato un comi­tato che si occu­pava delle neces­sità pri­ma­rie. Squa­dre di ragazzi anda­vano in città com­prare cibo e siga­rette. Noi bam­bini aspet­ta­vano che tor­nas­sero per sapere cosa ave­vano visto, come era andata. Quando la Croce Rossa man­dava gli aiuti, li smi­sta­vamo e noi bam­bini face­vamo da cor­rieri, con­se­gna­vamo ad ogni fami­glia il suo pacco. Ci costrui­vamo i cion­doli con le pal­lot­tole israe­liane e fucili di legno per imi­tare i com­bat­tenti».
Moaed: «A 13 anni di distanza da quei giorni, la ten­sione poli­tica è sce­mata. Ma il bam­bino che ero io ieri e il bam­bino di oggi è lo stesso, l’occupazione ti ricorda sem­pre che sei figlio della Nakba. Nono­stante l’Autorità Pale­sti­nese: Ramal­lah oggi cerca di nascon­dere i campi, li cir­conda con ban­che e negozi per nor­ma­liz­zare la situa­zione dei profughi».

Ghas­san: «L’occupazione e i suoi soci cer­cano di cam­biare le sem­bianze del campo, di ren­derle “nor­mali” anche creando ten­sioni sociali e eco­no­mi­che. Ma que­sti ten­ta­tivi di divi­sione della società pale­sti­nese e di sra­di­ca­mento della memo­ria non hanno effetto sul cuore del campo».

Azuz: «Ma hanno effetti fuori. Fuori è diverso. Prima il livello di par­te­ci­pa­zione popo­lare e di con­sa­pe­vo­lezza era col­let­tivo, la società era unica. Ora si tende a sepa­rare le città dai suoi campi profughi».

Ghas­san: «Tranne i periodi di alta ten­sione in cui tutto il popolo è mobi­li­tato, le dif­fe­renze si sen­tono: quelle tra ric­chi e poveri, quelli tra chi è rifu­giato e chi no. Le esi­genze non sono le stesse: chi vive nel campo non paga affitto, acqua o elet­tri­cità, i suoi sforzi si con­cen­trano sull’attività poli­tica. Chi è fuori, ha più da per­dere, deve pen­sare alla fami­glia, al mutuo, è meno pro­penso a sacri­fi­carsi per una causa che oggi non ha alcuna stra­te­gia di lungo periodo».

Azuz: «L’obiettivo dell’Anp fin dalla sua crea­zione è stato chiaro: attra­verso il modello neo­li­be­ri­sta ci hanno reso dipen­denti dal sistema eco­no­mico, sepa­rando chi ha la carta di cre­dito da chi non ce l’ha. E la divi­sione da eco­no­mica si è fatta poli­tica. Il modello impo­sto dagli Usa ha reso il popolo dipen­dente dalla neces­sità di arri­vare alla fine del mese. Non è più la lotta per la causa, ma per la sopravvivenza».

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