Un celebre giornalista israeliano denuncia l’apartheid nel suo paese

Bradley Burston Aug 17, 2015 2:23 PM – Haaretz

giornalista“Io facevo parte di coloro che non erano d’accordo quando si parlava di “apartheid” per Israele. Ora non più”, ha dichiarato, sul quotidiano israeliano Haaretz, Bradley Burston*, sionista convinto, finora. “E’ ora di ammetterlo: la politica di Israele è quel che è : apartheid” “Ciò che sto per scrivere non è facile per me.

Io appartenevo a coloro che non erano d’accordo quando si applicava l’etichetta “apartheid” ad Israele. Facevo parte di quelli su cui si poteva contare per sostenere che, nonostante il fatto che le politiche di colonizzazione ed occupazione fossero antidemocratiche, brutali, che fosse un suicidio a piccole dosi, il termine di apartheid non si poteva applicare. Non faccio più parte di persone così. Non più dopo queste ultime settimane. Non ne faccio più parte da quando dei terroristi hanno incendiato una casa in Cisgiordania, distruggendo una famiglia, uccidendo un bambino di 18 mesi e suo padre, bruciando la madre per più del 90%… e poi sentire il governo israeliano dichiarare che questa famiglia non poteva essere ammessa al sostegno finanziario e ai risarcimenti automatici concessi alle vittime di terrorismo. Mentre i coloni ne hanno diritto.

Non posso più continuare a sostenere queste idee. Non più dopo che la ministra della Giustizia, Ayelet Shaked, dichiarando che lanciar pietre è un atto di terrorismo, ha sostenuto l’approvazione di una legge che considera i lanciatori di pietre passibili di prigione fino a 20 anni. Il testo della legge non indicava se si applicasse ai soli Palestinesi. Non c’era bisogno di precisarlo. E solo una settimana dopo, in una colonia della Cisgiordania, degli Ebrei hanno lanciato pietre, mobili e bottiglie di urina su soldati e poliziotti. Come risposta, Benjamin Netanyahu li ha immediatamente ricompensati con la promessa di costruire centinaia di alloggi nelle colonie. Ecco com’è diventata l’applicazione della legge: due versioni di uno stesso libro. Una per Noi e una da gettare agli Altri. Apartheid.

Palestinian women wait to cross the Qalandiya checkpoint outside the West Bank city of Ramallah.Jalaa Marey / JINI
Palestinian women wait to cross the Qalandiya checkpoint outside the West Bank city of Ramallah.Jalaa Marey / JINI

Noi abbiamo quello che noi stessi abbiamo creato. Noi siamo ciò che facciamo, compresi i mille diversi danni che facciamo a milioni di altre persone. Siamo ciò che constatiamo ad occhi chiusi. Il Nostro Israele è ciò che è diventato: l’apartheid. C’è stato un tempo in cui facevo una distinzione tra gli atti di Benjamin Netanyahu e questo paese che ho tanto amato, da tanto tempo. E’ finito. Ogni giorno scopriamo nuove atrocità. Ero una persona che voleva credere che ci fossero dei limiti imposti dalla democrazia – o almeno qualche realistico ritegno – ai quali il Primo ministro volesse ben sottoporsi. Anche se avesse dovuto accettare qualche compromesso di fronte ai fieri partigiani dell’apartheid per conservare il potere. E’ finito.

Non più dopo Danny Danon.

Non più dopo che la scelta del Primo ministro per rappresentarci, noi Israele, alle nazioni Unite, è caduta su un uomo che aveva proposto una legge per annettere la Cisgiordania. Per creare dei bantustan in cui i palestinesi vivrebbero senza uno Stato e privati dei diritti umani più fondamentali. Colui che ci rappresenterà, noi tutti, all’ONU, l’uomo che porterà la nostra parola al Terzo Mondo, è lo stesso che aveva definito “piaga nazionale” i richiedenti asilo africani. L’uomo che rappresenterà Israele all’ONU è lo stesso politico che aveva proposto una legge destinata a cancellare le ONG che aiutano i Palestinesi e si oppongono alle istituzioni dell’occupazione. Contemporaneamente la sua legge dava il via libera al governo per continuare a finanziare delle ONG di estrema destra, sospettate di trasferire questo denaro per finanziare la violenza degli Ebrei sostenitori delle colonie.

Che significa apartheid, al modo israeliano?

L’apartheid, è un clero fondamentalista, punta di lancia del rafforzamento della segregazione, delle diseguaglianze, della supremazia e dell’assoggettamento. Apartheid è Avi Dichter, legislatore del Likud ed ex capo dello Shin Bet, che una domenica decide di organizzare strade e autostrade separate per gli Ebrei e i Palestinesi in Cisgiordania. Apartheid è quella delle centinaia di attacchi di coloni contro la proprietà, i mezzi di sussistenza e la vita dei palestinesi, che si compiono senza condanna, imputazione e nemmeno sospetto. Apartheid è un numero incalcolabile di Palestinesi imprigionati o uccisi senza giudizio, colpiti alle spalle mentre fuggivano, e senza alcun motivo. Apartheid è quella dei funzionari israeliani che utilizzano esercito, polizia, tribunali militari e detenzione amministrativa draconiana, in teoria per colpire i terroristi, ma soprattutto per chiudere ai Palestinesi qualsiasi possibilità di contestazione nonviolenta.

Alla fine del mese scorso, malgrado la condanna senza ambiguità del direttore della Associazione medica israeliana e di numerosi gruppi di difesa dei diritti umani contro la tortura, Israele ha votato la legge intitolata “Legge per prevenire i danni causati da scioperi della fame”. Questa legge autorizza la nutrizione forzata dei prigionieri col pretesto che la loro vita sarebbe in pericolo. Gilad Erdan, il Ministro della Sicurezza interna di Benjamin Netanyahu, che ha “spinto” per far passare questa legge, ha definito gli scioperi della fame dei Palestinesi detenuti da mesi senza incriminazione né processo come “un nuovo tipo di attacco suicida che sta minacciando lo Stato di Israele”. E’ solo in un sistema contorto come l’apartheid che un governo ha bisogno di etichettare e trattare la nonviolenza come terrorismo.

Qualche anno fa, nel Sudafrica dell’apartheid, degli Ebrei che amavano il loro paese ma detestavano le sue leggi hanno partecipato con coraggio alla lotta nonviolenta che ha rovesciato un regime di razzismo e negazione dei diritti umani. Potessimo anche noi in Israele seguire il loro esempio.

traduzione: Maria Chiara

Fonte : http://www.haaretz.com/blogs/a-special-place-in-hell/.premium-1.671538

Bradley Burston, nato negli Stati uniti, è emigrato in Israele dopo gli studi a Berkeley, nel 1976. E’ diventato uno dei capo-redattori di Haaretz. Prima di questo ha fatto parte della gioventù sionista, partecipato alla creazione di un kibbutz tra Tel Aviv e Gerusalemme, e prestato servizio come medico di battaglia nell’esercito. Ha sempre difeso gli attacchi israeliani giustificandoli con la “necessità di Israele di difendersi”.

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